Nato in una Catania in grande fermento culturale, Tra ’800 e ’900, il grande maestro e compositore Francesco Paolo Frontini, ha saputo raccontare in musica la sua Sicilia, con la passioni di pochi. Amico di Verga, Capuana, De Roberto, di Hugo e Zola, senza tralasciare Rapisardi, Sciuti e anche Puccini, raggiunge il successo in Teatri come Torino, Milano, Bologna e tanti altri. Di lui racconta il Pitrè: “ Tra gli artisti e compositori dell’isola, Voi siete, se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la bellezza e la grazia delle melodie del popolo…”. Rapisardi in una lettera di ringraziamenti gli scrive: Grazie, caro sig. Frontini , della musica assai bella e caratteristica di che volle onorare la mia “Lauda di Suora”. ha saputo rendere l’intensa ascetica sensualità che li anima. Quel crescendo dell’ultima strofe, che si risolve in una frase larga e voluttuosa, a me pare d’un mirabile effetto; dà la viva immagine dell’orgia spirituale, a cui si abbandona una povera anima assetata d’amore e condannata a languire in un chiostro. Bravo, caro Sig. Frontini, ma proprio di cuore e augurandole pari al merito la fortuna, me le confesso. Aff.mo Mario Rapisardi. Ascoltiamo una delle sue Opere: (continua…)
Amu lu silenzio, chi mi fascia lu senziu e duci s’abbannuna supra di mia cun suspiru di puisia. Amu lu silenziu chi mi grapi li vrazza… Cosi il grande poeta Ignazio Buttitta cantava come Battiato il suo silenzio.
Cercarlo per noi oggi è quasi come dire una bestemmia, ascoltarlo, il silenzio, è un’utopia. La notte mentre scrivo a volte il rumore insieme ai pensieri si affollano nel silenzio e si animano, colorando il silenzio di lampi di luce.
Nel silenzio mi perdo, ed il silenzio riempie la mia amina di sorrisi e di ricordi. Nel silenzio ritrovo quello che ho perso o quello che mi aspetta. Provate.
Noi che…ragazzini degli anni ottanta cantavamo ARIA di Marcella Bella, e non capivamo il perché le nostre nonne, con rosario alla mano, ci dicevano: STI RAGAZZI D’AVANNO NUN HANNU RUSSURU NTE FACCI?, SU SEMPRI CHIU’ VASTASI E SVERGOGNATI.
AHHH…povera nonna, solo oggi comprendo che intonando ingenuamente “Spero solo che non bussi un uomo adesso / mi comporterei come non vorrei / la mia mente è chiara, ma a volte è più forte il sesso / la mia gatta è ancora lì, non parla ma dice sì…”, come potevi sentirti.
Tempo che fù. La cosa che più mi lascia sgomento e pensare alla gatta che comprendendo tutto dice di si !!!! Lascio a voi altri commenti, nel frattempo godiamoci la canzone, della nostra beniamina catanese Marcella; da uno stralcio di SuperFlash.
Canzone d’amore stuggente, “Mi votu e m’arrivotu“, interpretata da tanti artisti isolani, prima fra tutti Rosa Balistreri che ne restituisce una sublime interpretazione. Anche altri si sono cimentati, una ammaliante Ornella Vanoni nel concerto di Catania Tributo a Rosa. Vi proponiamo la versione che in Rai ci hanno regalato Mario Venuti e Carmen Consoli.
Ciuri Ciuri insieme a Vitti na crozza, è di sicuro la canzona polopare siciliana più conosciuta al mondo. Tutti i turisti almeno un volta alla settimana mi chiedeno di cantarla, o peggio ancora, cominciano loro ad intonarla. Versioni ne esistono tante, il rifornello per tutte rimane sempre uguale. I “Ciuri” (in italiano “i Fiori”) ciuri di tuttu l’anno l’amuri ca mi dasti ti lu tornu (fiori di tutto l’anno, l’amore che mi hai dato io te lo restituisco), è semplicemente lo stornello tormentone di tutta la canzone che si arrichhisce di strofe che parlano di abbandono, di lavoro, di amore e a volte di corna, ma l’epilogo finale, un po maschilista canta ciuri di rosi russi, a lu sbucciari: amaru a l’omu ca e fimmini cridi…(fiori di rose rosse, che sbocciano: danno solo dolore all’uomo che crede alle donne), che sottolinea la disillussione che provoca l’amore ma anche a chi crede che in sicilia la donna sia stata sempre sottomessa. Per sorridere vi propongo la versione remix fatta da giovani di Licata, per i siciliani di tutto il mondo. (continua…)
La mia visione di Sicilia è capanilisticamente legata a figure della mia terra. Nel mio cuore tra i grandi della musica, insieme a Battiato occupa un posto speciale la grande Giuni Russo.
Nome di battesimo Giuseppina Romeo nata a Palermo il 7 settembre 1951, ci ha prematuramente abbandonato per andare a cantare con i tanti angeli del cielo il 14 settembre del 2004.
La sua voce, nelle tante melodie che ci ha donato, da quelle più scanzonate e commerciali a quelle impegnate e che l’hanno portata verso scelte complesse e non sempre commercialmente condivisibili, Giuni ha sempre dato il meglio di sé, regalandoci la sua voce e la sua enorme passione per la musica.
Io la voglio per sempre ricordare proprio con la sua voce che nella colonna sonora della mia vita e della mia terra è sempre viva e presente. Nel mio peregrinare per la sicilia con innumerevili vacanzieri che accompagnavo e a cui mostravo la mia isola, la riconoscevano immediatamente tutte le volte che inserivo un cd nel lettore del pullman, riconoscevano l’eleganza e l’unicità della sua voce e la ricordavano con grande gioia e con in pizzico di malinconia. Tra Templi Greci e chiese Barocche, tra aranci e gelsomini e immensi campi di grano, tra il sole, il mare e lo scirocco…………GRAZIE GIUNI. (continua…)
Vitti nà bedda. Canzone popolare siciliana (l’autore è anonimo) con delizioso, sottile, ma non troppo, doppio senso. Ancora una volta l’esecuzione è di Rosa Balistreri, accompagnata da Mimmo La Mantia e Tobia Vaccaro. Per gli appassionati.
Mamà chi tempu fa a lu paisi (Mamma che tempo fa in paese). è rimasto indedito fino al 2007, anno in cui è stato pubblicato, insieme ad altri brani della Balistreri, nel cd “Rosa canta e cunta” curato dalla casa discografica palermitana Teatro del Sole. La storia di questa raccolta di rari e inediti è davvero interessante: i brani furono infatti eseguiti in via del tutto informale a Udine, dove la Balistreri era ospite di amici, e registrati quasi in modo amatoriale da Vittorio Vella. Quindi sono stati da questi amorevolmente custoditi fino al recupero che ne ha permesso la stampa dopo oltre venti anni.
Nel video che vi proponiamo Rosa Balistreri, accompagnata alle chitarre da Mimmo La Mantia e Tobia Vaccaro, dedica questo canto di emigrazione a tutti coloro che per sopravvivere hanno dovuto abbandonare la propria terra. Si tratta di un documento di straordinaria bellezza e intensità che ho scelto perchè ritrae la Balistreri “in movimento”: non solo voce, non solo immagini che scorrono una dietro l’altra. Rosa ride, scherza con i musicisti che l’accompagnano, ammette di non saper “suonare il re minore”. E’ schietta e sincera. E’ vera. E’ la voce della Sicilia.
C’è una madre siciliana che ogni giorno canta “La siminzina” per il proprio figlio. E’ la prima canzone che è riuscita a intonare per lui, quando era al mondo solo da pochi giorni e non sapeva proprio cosa avrebbe potuto dirgli.
Ogni giorno questa madre si chiede se il proprio figlio, una volta cresciuto, se ne ricorderà. Se fra molti anni, riascoltando questa canzone dalla graffiante voce di Rosa Balistreri, dirà a chi gli sta vicino che sua madre la cantava per lui.
Quannu moru è uno dei brani più toccanti dell’indimenticabile Rosa Balistreri. Credo di poterlo definire a buon diritto il testamento spirituale della grande cantante (ma forse definirla così è un po’ riduttivo) siciliana, scomparsa nel 1990.
Nel video che vi proponiamo la straordinaria esecuzione di Laura Mollica, accompagnata alla chitarra da Giuseppe Greco.
Meravigliosa canzone d’amore cantata da Franco Battiato insieme a Carmen Consoli. “Tutto l’universo obbedisce all’amore” è un brano che fa parte di Fleurs2, l’ultimo disco del cantautore siciliano uscito nel novembre 2008.
Rara la vita in due… fatta di lievi gesti,
e affetti di giornata… consistenti o no,
bisogna muoversi… come ospiti… pieni di premure
con delicata attenzione… per non disturbare
ed è in certi sguardi che… si vede l’infinito
Stridono le auto… come bisonti infuriati,
le strade sono praterie…
accanto a grattacieli assolati,
come possiamo… tenere nascosta… la nostra intesa
ed è in certi sguardi… che s’intravede l’infinito
Tutto… l’universo… obbedisce… all’amore,
come… puoi tenere… nascosto… un amore.
ed è così… che ci trattiene… nelle sue catene,
tutto… l’universo… obbedisce… all’amore
Come possiamo… tenere nascosta… la nostra intesa
ed è in certi sguardi… che si nasconde l’infinito
Tutto… l’universo… obbedisce… all’amore
come… puoi tenere… nascosto… un amore,
ed è così… che ci trattiene… nelle sue catene
tutto… l’universo… obbedisce all’amore…
“Cuccuruccucu Paloma” è in origine un’hit messicana interpretata da Caetano Veloso e sta nel repertorio delle orchestre di tutto il mondo. E’ anche un momento magico del film di Pedro Almodovar “Parla con lei” e parla della storia dell’uomo che morì d’amore (e la sua anima si trasformò in una farfalla).
Battiato ne riprende il motivo nel suo “Cururuccucu” con un testo fatto di un un mix di citazioni tratte da altre canzoni. In questo video una sua interpretazione live in un vecchio tour del 1997.
Le serenate all’ istituto magistrale
nell’ ora di ginnastica o di religione
per carnevale suonavo sopra i carri in maschera
avevo già la Luna e Urano nel Leone (continua…)
La canzone parla della volontà di non farsi risucchiare dalle mode del momento. Il testo della canzone è un mix di sette, mode, pensieri e altro.
Il ritornello è entrato nella testa di tutti e sottolinea questa interpretazione… “Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente” ovvero “voglio un punto di vista stabile, voglio vedere la vita in un solo modo senza cambiare spesso idea.”
“Battiato esprime il desiderio, impossibile, di avere delle idee solide, forti, stabili, in base alle quali esprimere dei giudizi coerenti e costanti nel tempo riguardo alle cose che accadono nel mondo e alle persone con cui ha a che fare, così come sulla gente in generale. Il baricentro sta ad indicare un punto di equilibrio interiore che gli potrebbe permettere di non cambiare idea di continuo. E’ una canzone di grande attualità, perché rispecchia la difficoltà dell’uomo moderno di credere in qualsiasi ideologia.”
Ecco una interpretazione sul palco del cantautore siciliano in un tour del 1997.
In questo pezzo c’è la forza espressiva di Battiato…musica come pura evocazione, anche per pochi secondi. Un viaggio nello spazio e nel tempo al ritmo di culture e generi musicali diversi.
Quando il ritmo passa al valzer, è come se si aprissero davanti agli occhi le porte del salone da ballo della reggia viennese.
In questo articolo proponiamo una sua interpretazione live nell’Imboscata Tour del 1997.
Voglio vederti Danzare (F. Battiato. L’Imboscata Tour, 1997) Video Live su Youtube
Testo di Franco Battiato “Voglio vederti danzare”
Voglio vederti danzare
come le zingare del deserto
con candelabri in testa
o come le balinesi nei giorni di festa.
Voglio vederti danzare
come i Dervisches Tourners
che girano sulle spine dorsali
o al suono di cavigliere del Katakali.
E gira tutt’intorno la stanza
mentre si danza, danza
e gira tutt’intorno la stanza
mentre si danza. (continua…)
La Cura è una delle canzoni più belle e apprezzate di Franco Battiato, un brano entrato a pieno diritto nella storia della musica, non solo italiana.
Parla dell’amore e dell’istinto di proteggere la persona amata dalle avversità della vita (“dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo”). L’amore e il senso di protezione superano di gran lunga i difetti e gli sbagli che inevitabilmente caratterizzano ogni essere umano.
Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini (Catania, 3 novembre 1801 – Puteaux, 23 settembre 1835) è stato un compositore italiano, tra i più celebri operisti dell’Ottocento.
Dotato di una prodigiosa vena melodica, Bellini dedicò la sua breve vita alla composizione. Il suo talento nel cesellare melodie della più limpida bellezza, conserva ancora oggi un’aura di magia, mentre la sua personalità artistica si lascia difficilmente inquadrare entro le categorie storiografiche.
Legato ad una concezione musicale antica, basata sul primato del canto, sia esso vocale o strumentale, il siciliano Bellini portò prima a Milano e poi a Parigi un’eco di quella cultura mediterranea che l’Europa romantica aveva idealizzato nel mito della classicità. Il giovane Wagner ne fu tanto abbagliato da ambientare proprio in Sicilia la sua seconda opera, Il divieto d’amare, additando la chiarezza del canto belliniano a modello per gli operisti tedeschi e tentando di seguirlo a sua volta.
In questi video la scena finale della Norma. La sacerdotessa Norma, figlia del capo dei Druidi Oroveso, è stata l’amante segreta del proconsole Pollione dal quale ha avuto due figli. Quando Pollione decide di abbandonarla per la sacerdotessa Adalgisa, accecata dal dolore tenta di vendicarsi, ma infine decide di sacrificare sè stessa, e lasciare che Pollione e Adalgisa crescano insieme i suoi due figli. Pollione resta colpito dalla grandezza di Norma e decide di morire insieme a lei.