Tramonti tra i più romantici sono quelli su cui si stagliano i mulini a vento e le vasche della Via del Sale. La costa che da Trapani va a Marsala in alcuni tratti assume contorni fantastici che disarmano l’anima per le forti emozioni che suscitano.Passeggiando è possibile osservare il volo dei tanti uccelli migratori che trovano casa in questo territorio e in particolare nell’habitat della Riserva dello Stagnone di Marsala dove, come in un meraviglioso palcoscenico , si mostrano ai nostri occhi sia la misteriosa isola di Mothia (culla della civiltà Fenicio-Punica di Sicilia),che i mulini a vento e le saline con i monticelli di sale che è, e sarà ( se l’uomo saprà preservarlo) l’unico protagonista del territorio costiero trapanese.
Quando l’acqua marina evapora al calore del sole resta un grumo di cristalli bianchi ed asciutti che sembrano simboleggiare, per la loro natura amara e spigolosa, la vita dura degli abitanti di questa terra. Per infinite generazioni di Siciliani della costa occidentale, il sale è stato ed è ancora motivo di vita e sopravvivenza: Infatti sulla costa che va da Trapani e Marsala, sin da tempi remoti ,i residenti hanno convogliato il mare, con l’aiuto dei mulini a vento, in basse vasche recintate di tufo . Il sole con il suo calore ha fatto il resto ,permettendo di raccogliere dal fondo delle vasche il sale e dando così inizio all’industria estrattiva che ancora oggi è fonte di vita e riccheza. (continua…)
La straordinaria suggestione delle immagini, nate dalla creatività, dalla compostezza, dal pathos interpretativo dei personaggi, hanno reso il Presepe Vivente di Custonaci tra i più famosi in Italia . Infatti durante le festività natalizie , per molti fedeli e non , recarsi a visitare il presepe vivente è un appuntmento a cui non si può mancare. Tutto si svolge a qualche chilometro dall piccolo centro trapanese chiamato Custonaci e più precisamente all’interno della spettacolare grotta Mangiapane di Scurati. L’iniziativa nasce solo nel 1983 ma da allora si è ripetuta ogni anno richiamando turisti da tutta la Sicilia e non solo. (continua…)
Ogni occasione è buona! Questo direbbe qualunque persona nell’apprendere che per i siciliani tutte le opportunità, specialmente quelle sacre, sono favorevoli per produrre, ma soprattutto per consumare, dolci. Di certo, alle menti creative e golose isolane non sfugge l’opportunità di onorare il generoso santo di Tours che dona il suo mantello.
Una curiosità: la tradizione prevede un San Martino dei ricchi, che è quello dell’11 Novembre, e uno dei poveri, che per festeggiare attendevano la prima Domenica successiva al giorno 11, forse per ragioni economiche legate alla scadenza della paga settimanale. Il San Martino dei poveri veniva festeggiato a Palermo, con il rito del biscotto di San Martino “abbagnatu nn’u muscatu”, cioè di un particolare biscotto chiamato sammartinello, inzuppato nel vino moscato. (continua…)
Passati il Giorno di Ognissanti e la Festa dei Morti, la Sicilia, terra dove tradizione, religione e folklore vivono sempre insieme, a Novembre, mese di passaggio che conduce ai rigori invernali e mese in cui si effettua la svinatura, feste e sagre luculliane non mancano mai.
Festività ritenuta molto importante dai siciliani, è quella in onore di San Martino, nella cosiddetta Estate di san Martino, celebrata l’11 Novembre.
Era considerato in passato un giorno particolarmente importante perché quel giorno si facevano iniziare tutte le attività pubbliche e private di rilievo come quella dei tribunali, delle scuole, il pagamento dei fitti e delle locazioni. Insomma nessuna occasione era migliore per festeggiare l’importante ricorrenza con l’assaggio del prodotto più tipico della stagione: il vino.
Secondo un antico proverbio contadino “a San Martino ogni mustu diventa vinu“. Nel periodo di San Martino infatti, il mosto ha finito di fermentare e quindi può essere assaggiato per la prima volta, magari accompagnato a qualcuno dei piatti tradizionali dell’autunno.
La festa oggi è ancora molto sentita a Palermo tanto che per l’occasione le industrie vinicole della provincia aprono le porte delle loro cantine per far degustare il vino novello. San Martino è definito infatti, il patrono degli ubriaconi, che affollavano le varie ”taverne” della città mangiando verdure cotte come ”cardoni” (cardi), ”vruocculi” (broccoli) e uova sode. (continua…)
Essere cristiani osservanti non serve, aver fede non serve, ma è inevitabile rimanere attoniti, con tante parole che affollano la mente, con lo sguardo fisso nel suo sguardo che inevitabilmente ti trova, ti cattura e si racconta con tutto se stesso con tutta la sua bellezza, con tutta la sua luce. Un universo intero dove convivono sacro – profano e gioioso, artisticamente parlando, e ti entra dentro.
E’ il volto radioso del Cristo della Cappella Palatina, severo della Martorana e di Monreale, dolce di Cefalù. Unione tutti di un’unica simbologia, quella del Pantocrator ” signore di tutte le cose” o più semplicemente “Onnipotente”, raffigurato nei ricchi mosaici dorati che decorano le più grandi chiese del palermitano. Sintesi teologica straordinaria, non solo da leggere ma soprattutto da contemplare. Il volto radioso del Cristo-Luce del racconto della Trasfigurazione, Il volto del Salvatore insieme maestoso e dolce. (continua…)
Ancora oggi si vedono in Sicilia i fichi asciugati al sole e infilati in lunghi fili di spago o “incannati”, cioè infilzati in spiedi di canne. Parte di questi serviranno in inverno per fare i buccellati, dolci natalizi che, ancora oggi, contrastano il passo con onore ai nordici panettoni e pandoro. Il “cucciddatu” ha un’origine antica e un sicuro antenato nel “panificatus”dei romani. Il suo nome deriva dal tardo latino buccellatum, cioè pane da trasformare in buccelli, ossia bocconi, per la sua morbidezza.
Diverse sono le varianti per forme e misure: nel palermitano gli “ammara-panza” sono tipi scadenti di buccellati che servono a riempire lo stomaco. Si tratta di un impasto di pasta frolla farcito di un ripieno tutt’altro che dietetico..La farcia, infatti,può essere di mandorle oppure di fichi ,costituita da un impasto di mandorle pelate, zuccata (zucca candita) e gocce di cioccolato.
Il ripieno di fichi, più tradizionale, è invece costituito da un impasto di fichi secchi, frutta candita e pezzetti di cioccolato.
Il buccellato “casereccio” viene solitamente ricoperto di glassa, quello prodotto in pasticceria è ricoperto di zucchero a velo o di frutta candita.
Cotto al forno, il buccellato si conserva a lungo e, sempre presente nelle tavole natalizie, viene consumato nell’intero periodo festivo. (continua…)
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un violento sisma, di magnitudo 6.0 Richter e con effetti all’epicentro del IX° Mercalli, colpisce una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Palermo, Agrigento e Trapani. Tra i quattordici centri colpiti alcuni risultano completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago…, troppe voci, tutte in una notte, si alzarono verso il cielo, ma le cronache dei fatti dell’Abruzzo ci possono dare un chiaro esempio di quello che è successo quella notte. Il sindaco di Gibellina di allora, Ludovico Corrao, oltre a chiedere per i suoi cittadini tutto quello che necessitavano, chiamò a raccolta Pietro Consagra, Carlo Accardi, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Vittorio Gregotti e tanti altri…, chiamò a raccolta L’ARTE per combattere il senso di morte che si respirava nella sua città. Sicuramente bene Ludovico Corrao aveva imparato la lezione dalla storia, di come un medesimo cataclisma nel 1693 mortifico la Val di Noto, e di come dalle ceneri di città, risorse attraverso l’arte la vita in quel Tardo-Barocco dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Fu chiamato anche Alberto Burri, ma solo lui non volle che la sua opera fosse realizzata nella nuova città che si andava definendo. (continua…)
Erice è la meta ideale per le gite pomeridiane dei trapanesi che, dopo una mattinata al mare, vogliono godersi un pomeriggio fresco e rilassante.
Erice è anche la residenza estiva di una numerosa schiera di affezionati che vi si reca in vacanza, andando ad abitare le sue case caratteristiche, per i cortili fioriti e per l’architettura medievale.
I cortili, che sono dei patii privati in cui si svolgeva la vita di una volta, permettevano di vivere all’aperto senza essere visti dalla strada. Oggi invece gli abitanti preferiscono rinunziare alla privacy e tenere gli accessi aperti per mostrare a tutti la bellezza delle scalette e dei muretti in pietra viva ornati di piante rampicanti e vasi di fiori variopinti. (continua…)
(Copyright della foto: Martin Liebermann / zeitspuren)
Partiti dal porto di Trapani, volgiamo lo sguardo verso l’ultima delle Isole Egadi, la più lontana, la più selvaggia. Ad accoglierci a Marettimo una natura dirompente e selvaggia, una montagna dai fianchi scoscesi che sorge dal mare. Mettendovi piede subito ci si rende conto di trovarsi in un luogo veramente particolare, carico di fascino che il turismo non è riuscito a scalfire. Dal porto alla piazza del paese la strada non è molta e li trovare un appartamentino in affitto non è difficile, basta chiedere un pò in giro, la gente è cordiale ed ospitale. Qui le lancette sembrano essersi fermate; nessuna automobile in giro, per l’unico vigile urbano in servizio sull’isola poche preoccupazioni! (continua…)
Il Sole è da sempre una grande risorsa della Sicilia. Archimede sfruttò l’energia del sole per costruire un ingegnoso sistema di specchi che servì per incendiare le navi nemiche che mettevano sotto assedio Siracusa, ritardando il corso della storia che vide poi la città siciliana sottomessa ai romani.
A distanza di millenni dai tempi di Archimede, ecco un video su youtube per scoprire come sia possibile sfruttare oggi la tecnologia degli specchi parabolici per produrre energia solare in Sicilia.
Forse la prima parola che ci viene in mente pensando a Lampedusa è lontana, io aggiungerei meravigliosamente lontana. Ultimo lembo d’Europa, anche se per diritto Lampedusa spetterebbe geologicamente al continente africano. La luce, che già dal primo mattino acceca, il vento, il sole, i colori dell’acqua, i profumi che qui si respirano danno quella piacevole sensazione di stordimento e ci comunicano che mamma Africa è li, basta un salto, appena 113 chilometri di distanza dalla Tunisia. (continua…)
A proteggere l’isola dalla furia rovinosa del suo splendido vulcano, l’Etna, fermando le sue lave che tutto ingoiano, per secoli si è frapposta Sant’Agata, che vigila e preserva Catania e tutti i paesi ad essa vicina. Ma non solo, Agata si fa carico e protegge i suoi fedeli anche da terremoti, pestilenze, inondazioni, o più semplicemente il seno di quelle donne che in lei trovano consolazione. Tutti i catanesi dal 3 al 5 di febbraio mostrano una venerazione ed una fede straordinaria ed incrollabile verso la loro santa patrona, ed a lei tributano una festa che trova una enorme partecipazione popolare e una grande devozione. Sono giorni da non perdere se si ci trova a passare per la città etnea, per partecipare ad un evento sacro tra i più belli della Sicilia. Secondo la Passio sanctae Agatae, Agata apparteneva ad una nobile famiglia catanese, di lei si innamora il proconsole Quinziano, a quei tempi prefetto in Sicilia. La giovane donna rifiuta le lusinghe del togato e ne scatena le ire. (continua…)
Quannu Cesari jittavu / lu gran bannu ‘mpiriusu, / ‘nta la chiazza si truvava San Giuseppi gluriusu. Così cominciava la novena. E così finiva: Pruvinzali vi saluta/ ch’ha pirdutu li nuttati: / cu ddu soddi chi ci dati, / Pruvinzali lu pajati.
Provenzale era il vecchio campanaro del paese. Un vecchio alto e magro, la testa bianchissima, che cantava e suonava il mandolino. L’accompagnavano, con fisarmonica e chitarra, l’organista Fiorino e il calzolaio Machi. Era certamente, la novena del provenzale, una delle tante ninnareddi dei ciechi, forse una variante messinese del Viaggiu dell’Annuleri, che mia madre ogni anno “pigliava”. Arrivava, il terzetto, verso mezzanotte, prima come eco lontana, dalla casa dei Calderone, dei Ricciardi, delle signorine Lo Monaco; sotto casa nostra, mi sembrava che il Provenzale sostasse più a lungo, dispiegasse di più la sua voce, forse per il fatto che noi eravamo in tanti, in otto figli; poi passava alla casa dei Ferrara, dei Cappelletti, e giù giù fino a dileguarsi. Natale era il Provenzale ed era anche la preparazione del presepio. Pel presepio, io e mio fratello Melo andavamo, prima d’ogni cosa, alla ricerca dei carcarazzi, pietre nere e porose come le pietre laviche, che si rinvenivano lungo la ferrovia oppure alla centrale elettrica dei Franchina. I carcarazzi erano la base del presepio, formavano, ammucchiati, montagne, valli e grotte. (continua…)
Domina paesaggi ventosi non distogliendo mai lo sguardo al mare. Caltabellotta, fiera dalla sua rupe, veglia sulla valle del Platani, e come un presepe rimane adagiata sui monti Sicani. Da Sciacca distante una ventina di chilometri percorrendo la provinciale 76, si giunge al borgo che domina tre colli: il Monte San Pellegrino, il Monte Castello e il Monte Gogàla. Un’atmosfera di pace regala il piccolo paese, e vagando per le sue strade, tra scorci d’incanto, insediamenti preistorici testimoniano l’antichità del sito; secondo gli studiosi da queste parti fu fondata la cittadina greca di Triocala di cui fu vescovo San Pellegrino che liberò il territorio dalla presenza in un drago. (continua…)
Una visita assolutamente da consigliare, per comprendere meglio l’idea di morte che i siciliani, ed in questo caso i palermitani, atavicamente si tramandano, e per capire quale concetto i nobili e il clero panormiti avevano di se stessi e del loro destino. La visita presso “le Catacombe dei Cappuccini” a Palermo, inizialmente risulta un pugno nello stomaco; non è facile trovarsi faccia a faccia con la morte, ed in questo luogo non è un eufemismo, ma poi la nostra anima viene rapita da quel mondo di volti putrefatti e spontaneamente siamo portati a riflettere sull’aldilà ma anche a sorridere della morte. In effetti assumiamo delle facce buffe da trapassati. Ridere però non è consigliabile in questo luogo, il Cimitero sotterraneo dei Cappuccini impropriamente chiamato “ Catacombe “ ancora oggi viene custodito dai frati francescani (continua…)
Slow Food è il movimento per la tutela e il diritto al piacere.
Slow Food promuove, comunica e studia la cultura del cibo in tutti i suoi aspetti.
La sua mission è:
• EDUCARE al gusto, all’alimentazione, alle scienze gastronomiche.
• SALVAGUARDARE la biodiversità e le produzioni alimentari tradizionali ad essa collegate: le culture del cibo che rispettano gli ecosistemi, il piacere del cibo e la qualità della vita per gli uomini.
• PROMUOVERE un nuovo modello alimentare, rispettoso dell’ambiente, delle tradizioni e delle identità culturali, capace di avvicinare i consumatori al mondo della produzione, creando una rete virtuosa di relazioni internazionali e una maggior condivisione di saperi.
La filosofia di Slow Food parte dalla riscoperta del piacere attraverso la cultura materiale. Il piacere è quello alimentare, dotto, sensibile, condiviso e responsabile. Dire piacere alimentare significa ricercare le produzioni lente, ricche di tradizione e in armonia con gli ecosistemi; significa difendere i saperi lenti, che scompaiono insieme alle culture del cibo; significa lavorare per la sostenibilità delle produzioni alimentari e quindi per la salute della Terra e la felicità delle persone.
Vi presentiamo le eccellenze siciliane messe in evidenza da questa importante associazione:
• Ape nera sicula – In tutta la regione – Un’ape scurissima, quasi nera, che ha popolato per
millenni la Sicilia ma che si trova in questo momento a forte rischio di estinzione. E’ molto
produttiva, lavora anche a temperature elevate, quando le altre api si bloccano e sopporta bene
gli sbalzi di temperatura.
Isolato, solitario, miracolosamente intatto, il Tempio Dorico di Segesta era celebrato dai viaggiatori romantici per la sua posizione elevata su uno dei colli del Monte Barbaro. Visibile da lontano, in piena armonia con la natura tra agavi e spinosi cespugli, sulla collina che ne accentua la grandiosità, il nostro sguardo spazia senza elementi di disturbo: era l’immagine perfetta dell’ideale greco inseguito dai viaggiatori dell’Ottocento che si lanciavano nell’avventura del GRAND TOUR, per ammirare le vestigia del passato. Gli studiosi discutono ancora sulla funzione del tempio e sul perché appaia incompleto; unico edificio a struttura aperta conosciuto nel mondo antico. È certo che venne costruito alla fine del V secolo a.C., da un abile architetto ateniese, esempio aulico e purissimo di stile dorico per un tempio che sottolineo in stile greco. Gioco sottile di parole il mio, che lascia intendere una delle ipotesi avanzate. (continua…)
Colore del sole, dell’oro, del grano della sua provincia, il Piacentinu Ennese rimane in una nicchia di eccellenza fra i formaggi italiani. La sua storia leggendaria appartiene ai Normanni. Correva l’anno 1090, quando il Conte Ruggero, preoccupato per le condizioni di salute della moglie, chiese ai casari del luogo di produrre un formaggio con proprietà terapeutiche. Da qui sarebbe nata l’idea di aggiungere al latte una manciata di zafferano, una spezia già nota nell’antichità per le sue virtù antidepressive. Alcuni riferimenti storici accreditano l’ipotesi che le origini del Piacentinu siano più remote e che risalgano a circa due secoli prima, epoca in cui la Sicilia era sotto il dominio Arabo. Furono infatti i berberi a introdurre per primi l’uso dello zafferano in cucina. L’area di produzione è circoscritta alla Provincia di Enna. (continua…)
Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è la Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è la Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e la canicole della passione. (continua…)
Antico e prezioso, il Pane Nero di Castelvetrano è capace di sedurre i più raffinati gourmet per tutte le sue qualità sopraffine e per il suo inconfondibile aroma di mandorla tostata. Aroma di Sicilia. Il pane nero nasce da un lembo della costa occidentale dell’isola che si tuffa nel mare africano, come lo chiamava Pirandello, sempre baciata dal sole, in cui i colori, i profumi sono inebrianti e dove i Greci della vicina Selinunte ne forgiarono il carattere e le tradizioni. Forse furono proprio loro ad introdurre le due coltivazioni di grano: la russulidda, biondo e autoctono, e la tumminia, una varietà di frumento locale a ciclo breve dai chicchi scuri che conferisce al pane il colore bruno e l’inconfondibile nota dolce in bocca. (continua…)