PROVERBI – Sicilia ‘ndo cori cu proverbi d’onori : Sicilia nel cuore con i proverbi di onore
1 . Acqua, cunsigghi e sali: senza addumannati nun ni dari – Acqua, consigli e sale: a chi non li domanda non li dare
2 . Ahime’! Tri voti ricu: cu casca in poverta’ perdi l’amicu – Ahimè! Lo dico per tre volte, chi finisce povero perde gli amici
3 . Ama l’omu tua cu lu viziu sua – Ama il tuo uomo con tutti i suoi difetti
4 . Amicu cu tutti e fedeli cu nuddu – Amico con tutti e fedele con nessuno
5 . Ammàtula ca t’allisci e fai cannola: u santu è di màrmu e nan sura – E’ inutile che t’imbelletti e ti fai i ricci: il santo è di marmo e non suda
6 . Amuri, biddizzi e dinari sunnu tri cosi ca nun si puonnu ammucciari – L’amore, la bellezza ed il denaro sono tre cose che non si possono nascondere7
7 . Aprili ‘na livari e ‘na mentiri- Ad aprile non levare e non mettere
8 . Aria chiara, nun au paura di trona – Aria chiara, non c’è pericolo di tuoni
9 . Beni ri furtuna, passanu comu la luna – Beni di fortuna passano molto presto
10. Bono tempu e malu tempu, nun dura tuttu tempu – Buon tempo e brutto tempo non durano sempre
11. Capiddi e guai nan mancanu mai – Capelli e guai non mancano mai
12 Casa senza omu, casa senza nomu – Casa senza uomo, casa senza nome
13 Ccu amici e ccu parenti, ‘nan accattari e ‘nan vinniri nenti – Con amici e parenti non comprare e vendere niente
14 Chiddu ca simini raccogghi – Quello che semini, raccogli
PROVERBI – Sicilia ‘ndo cori cu proverbi d’onori : Sicilia nel cuore con i proverbi di onore
1. . A lupu vecchiu, nun si ‘nzigna a tana - A vecchio lupo non si indica la tana
2. . A iaddina ca camina, si ricogni c’a bozza china - La gallina che cammina, torna con il gozzo pieno
3. . A lu viddanu n’ci toccunu nguanti, ma a zappa ‘n coddu e u sceccu davanti - Al villano non toccano guanti, ma la zappa sulla spalla e l’asino davanti
4. . Ama a cui t’ama, a cui nunt’ama, lassalu - Ama chi ti ama, chi non t’ama , lascialo
5. . A cursa ru sceccu dura picca - La corsa dell’asino dura poco
6. . A bona parola vali assai e costa picca - Una buona parola, vale molto e costa poco
7. . cani tintu, catina curta - Per un cane cattivo ci vuole una catena corta
8. . Aulivu è binirittu e adduma… virdi e siccu - L’olivo è benedetto, prende fuoco.. verde e secco
9. . A cosa ‘ncimata è menza cusuta- Un abito imbastito è mezzo cucito
10. . A cu mi duna lu pani lu chiamu patri- Chiamo padre chi mi regala il pane
11. . Accatta e pientiti - Compra e pentiti
12. . Chiu scuru di mezzanotti nun pò fari- Più buio di mezzanotte non può essere
Passati il Giorno di Ognissanti e la Festa dei Morti, la Sicilia, terra dove tradizione, religione e folklore vivono sempre insieme, a Novembre, mese di passaggio che conduce ai rigori invernali e mese in cui si effettua la svinatura, feste e sagre luculliane non mancano mai.
Festività ritenuta molto importante dai siciliani, è quella in onore di San Martino, nella cosiddetta Estate di san Martino, celebrata l’11 Novembre.
Era considerato in passato un giorno particolarmente importante perché quel giorno si facevano iniziare tutte le attività pubbliche e private di rilievo come quella dei tribunali, delle scuole, il pagamento dei fitti e delle locazioni. Insomma nessuna occasione era migliore per festeggiare l’importante ricorrenza con l’assaggio del prodotto più tipico della stagione: il vino.
Secondo un antico proverbio contadino “a San Martino ogni mustu diventa vinu“. Nel periodo di San Martino infatti, il mosto ha finito di fermentare e quindi può essere assaggiato per la prima volta, magari accompagnato a qualcuno dei piatti tradizionali dell’autunno.
La festa oggi è ancora molto sentita a Palermo tanto che per l’occasione le industrie vinicole della provincia aprono le porte delle loro cantine per far degustare il vino novello. San Martino è definito infatti, il patrono degli ubriaconi, che affollavano le varie ”taverne” della città mangiando verdure cotte come ”cardoni” (cardi), ”vruocculi” (broccoli) e uova sode. (continua…)
Giuseppe Pitré (Palermo, 21 dicembre 1841 – Palermo, 10 aprile 1916) è noto principalmente per il suo lavoro nell’ambito del folclore regionale.
A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché la sua opera monumentale resta pietra miliare per la ricchezza e la vastità d’informazioni nel campo del folclore, in cui nessuno ha raccolto “come e quanto” lo scrittore palermitano.
Giuseppe Pitrè, nella seconda metà dell’Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marino e accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli di Luigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d’alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita. (continua…)
Parlare per metafore, gesti, suoni e suggestioni è tipico dell’espressività siciliana. Elencarli tutti è impossibile, ma più che scriverli è meglio ascoltarli dalla viva voce di chi con lo slang isolano si rapporta nel fare di tutti i giorni. Un vero spasso prestargli orecchio. Fatemi sepere e segliete il vostro preferito, per i non siciliani, chiedetemi pure una traduzione o spiegazioni dei modi di dire. Raisi.
Li parenti su’ parenti
e li stranii su’ su sempri li stranii.
Si traduce in “I parenti sono sempre parenti e gli estranei sono sempre estranei”e sta a significare che “Nei momenti difficili un parente te lo ritrovi sempre, mentre un estraneo è possibile di no”.
Va ricordato che esistono anche proverbi che affermano tutto il contrario come “Parenti, serpenti”.
Cui dintra lu murtaro l’acqua pista, cu li stizzi si vagna e stancu resta
In italiano si traduce “Chi prova a pestare l’acqua nel mortaio si bagna con gli spruzzi e in più si stanca” ed è un modo per indicare in genere un lavoro inutile che non produce altro che stanchezza.
Un’espressione che indica lo stesso concetto è “Una fatica di Sisifo”. Sisifo è il personaggio della mitologia greca, figlio di Eolo e di Enarete condannato senza mai fermarsi a sollevare un masso sulla vetta di una collina per vederlo poi rotolare verso il piano una volta raggiunta la sommità.
Non si può spremere sangue dalle rape.
Una fatica di Sisifo, il personaggio della mitologia greca, figlio di Eolo e di Enarete condannato a sollevare un masso sulla vetta di una collina per vederlo poi rotolare verso il piano una volta raggiunta la sommità.
Il significato letterale è “Al topo vecchio non si dice dove si trova la sua tana” e si usa per dire che “E’ bene tenere conto dell’esperienza dei più anziani”.
La traduzione letterale è “Non dire che la giornata è andata bene prima ancora che sia finita” che significa “Non cantare vittoria prima del tempo”
Lo stesso concetto lo troviamo espresso in altri noti proverbi quali:
Non dire quattro se non l’hai nel sacco
Non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso
Un video che rende abbastanza bene l’idea
Questo simpatico pilota ad esempio inizia i suoi festeggiamenti un pò troppo presto..