Slow Food è il movimento per la tutela e il diritto al piacere.
Slow Food promuove, comunica e studia la cultura del cibo in tutti i suoi aspetti.
La sua mission è:
• EDUCARE al gusto, all’alimentazione, alle scienze gastronomiche.
• SALVAGUARDARE la biodiversità e le produzioni alimentari tradizionali ad essa collegate: le culture del cibo che rispettano gli ecosistemi, il piacere del cibo e la qualità della vita per gli uomini.
• PROMUOVERE un nuovo modello alimentare, rispettoso dell’ambiente, delle tradizioni e delle identità culturali, capace di avvicinare i consumatori al mondo della produzione, creando una rete virtuosa di relazioni internazionali e una maggior condivisione di saperi.
La filosofia di Slow Food parte dalla riscoperta del piacere attraverso la cultura materiale. Il piacere è quello alimentare, dotto, sensibile, condiviso e responsabile. Dire piacere alimentare significa ricercare le produzioni lente, ricche di tradizione e in armonia con gli ecosistemi; significa difendere i saperi lenti, che scompaiono insieme alle culture del cibo; significa lavorare per la sostenibilità delle produzioni alimentari e quindi per la salute della Terra e la felicità delle persone.
Vi presentiamo le eccellenze siciliane messe in evidenza da questa importante associazione:
• Ape nera sicula – In tutta la regione – Un’ape scurissima, quasi nera, che ha popolato per
millenni la Sicilia ma che si trova in questo momento a forte rischio di estinzione. E’ molto
produttiva, lavora anche a temperature elevate, quando le altre api si bloccano e sopporta bene
gli sbalzi di temperatura.
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Pistacchi di Bronte, limone Interdonato, cipolla di Giarratana, Cuddrireddra di Delia, lenticchia di Ustica o ancora il mandarino tardivo di Ciaculli. Sono solo alcuni dei 28 presidi Slow food in Sicilia, circa il 15% di quelli sostenuti dall’associazione in tutta Italia, che anche quest’anno sono presenti all’appuntamento con il Salone del gusto di Torino. Un made in Sicily d’eccellenza fatto di piccole produzioni che rischiano di scomparire ma che hanno un importante ruolo nel valorizzare i territori di provenienza, recuperare i mestieri e le tecniche di lavorazione tradizionali e salvare dall’estinzione razze autoctone e antiche varietà di ortaggi e frutta. Così la manna delle Madonne, ottenuta incidendo la corteccia dei frassini che si trovano a Castelbuono e Pollina nella provincia di Palermo, diventa la dolce ambasciatrice di una tradizione e di un paesaggio suggestivo. (continua…)
A Palermo è femmina come sostiene lo storico di enogastronomia palermitano Gaetano Basile che fa derivare il nome dal frutto, di cui richiama forma e colore. A Catania è maschio e danno una forma rotonda ma con una punta, un po’ per emulare il loro grandioso vulcano. Di sicuro dovunque si vuole gustare stiamo parlando di una tra le specialità della cucina siciliana più famose. L’Arancina/o sembra essere stato importato dagli arabi che erano soliti mangiare riso e zafferano condito con erbe e carne, durante i pasti. L’invenzione della panatura nella tradizione viene spesso fatto risalire alla corte di Federico II, quando si cercava un modo per recare con sé la pietanza in viaggi e battute di caccia. La panatura croccante, infatti, assicurava un’ottima conservazione del riso e del condimento, oltre ad una migliore trasportabilità. Oggi vogliamo darne una versione non canonica ma che stupirà i palati più curiosi. Dal luogo simbolo del pistacchio in Sicilia come in tutta Italia, a Bronte si deve attribuire questa straordinaria variante dell’arancina/o. (continua…)
“Il pistacchio di Bronte adesso è dop. I nostri prodotti sono unici e meritano di essere valorizzati”. Lo afferma con convinzione Giuseppe Cartillone, uno dei proprietari de “L’agricola Cartillone”, azienda che si è tramandata di padre in figlio per più generazioni e vanta una lunga esperienza nella produzione del pistacchio. Oggi l’azienda investe persino sulla grande distribuzione e vende i suoi prodotti nel Carrefour di Etnapolis. “Sono prodotti di nicchia, questo è ovvio” aggiunge “ma hanno un prezzo adeguato alla loro qualità”.
L’imprenditore spiega che la raccolta del pistacchio brontese è biennale, viene fatta negli anni dispari, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre. Ogni pianta produce da 5 a 15 chilogrammi di Tignosella (così viene chiamato il frutto senza mallo e già asciugato) con punte massime di 20 – 30 chili Negli anni di non raccolta si procede alla così detta potatura verde (le gemme vengono tolte a mano).
Dopo la raccolta il frutto, mediante sfregamento meccanico, viene “sgrollato” (separato dal mallo, l’involucro coriaceo che lo ricopre) ed asciugato per 3-4 giorni al sole in larghi spazi davanti alle case agricole. Si ottiene così il pistacchio in guscio, localmente chiamato “Tignosella”, conservato dai produttori, in ambienti bui e asciutti, in attesa di venderlo.
All’ipermercato francese Cartillone vende pistacchio al naturale, sgusciato e polvere di pistacchio, “ottima per pasta e secondi” aggiunge, ma sul mercato c’è anche il pesto di pistacchio, la crema di pistacchio e il preparato per gelato. “Il pistacchio verde di Bronte” prosegue Cartillone “per il suo aroma e le qualità organolettiche è sempre stato il principe della pasticceria. Oggi si fanno sempre più strada anche il pesto che è un prodotto di nuova invenzione a base di solo pistacchio e olio e la crema che è un preparato dolce da spalmare sul pane o da utilizzare per guarnire dolci”.
Il pistacchio verde di Bronte ha ottenuto il decreto transitorio dal Ministero delle Politiche agricole e Forestali ed è in attesa del regolamento comunitario che ne ufficializzi il marchio. Il pistacchio ha un’area di produzione circoscritta ai soli comuni di Adrano, Bronte, Biancavilla e Ragalna, nei quali viene coltivato quasi il 100% del pistacchio italiano. Vengono coltivati, infatti, circa 3.000 ettari con una produzione di oltre 2mila tonnellate”.
Da economiasicilia.it