Il mito di Ciane e Anapo
Quante sorgenti e quanti fiumi siciliani sono collegati a fatti mitologici: come la fonte Aretusa di Siracusa, che prende il nome dalla sfortunata ninfa al seguito di Artemide, sciolta dalla dea nella famosa sorgente per liberarla dalle insistenze dell’innamorato Alfeo.
Anche i fiumi Ciane e Anapo, il cui corso si unifica nel tratto finale per riversarsi in una foce unica nel Porto Grande di Siracusa, si ricollegano al mito, ed ancora una volta la leggenda tratta di un amore “divino” finito in tragedia.
Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, dea della vegetazione e dell’agricoltura, era intenta a cogliere fiori insieme ad alcune ninfe presso le rive del lago Pergusa (vicino ad Enna). Improvvisamente, dal suo regno sotterraneo sbucò fuori Ade, innamorato della fanciulla, che per non perdere tempo in corteggiamenti e soprattutto per evitare di chiedere la mano di Persefone al fratello Zeus, decise di rapirla. (continua…)
“Chi ti pozzano manciari li cani!” E’ un’imprecazione siciliana, che si rivolge contro un malfattore per augurargli di venire sbranato da cani inferociti. Ebbene questo “augurio” affonda le radici nel mito e in particolare nel culto del dio Adrano. Come ci raccontano alcuni storici, sulle pendici dell’Etna, nei pressi dell’odierna Paternò, sorgeva un tempio con all’interno una statua che raffigurava il dio armato con una lancia, simbolo della potenza del vulcano.
Al tempio di Adrano, situato nei pressi del laghetto Naftia, accorreva una gran folla di fedeli, proveniente da ogni parte dell’isola.
La leggenda racconta che a custodire il tempio ci fossero numerosi cirnechi, dei cani da caccia tipici dell’Etna di origine egizia, razza derivante dallo sciacallo sacro al dio Anubis, e che questi cani fossero così intelligenti da mostrarsi accoglienti nei confronti dei fedeli che si presentavano al tempio con molti doni, e aggressivi e spietati nei confronti di chi si avvicinava al luogo di culto con cattive intenzioni. (continua…)
All’Etna sono collegate numerose leggende, tra queste c’è anche la leggenda dei giganti schiacciati sotto il peso del vulcano. Secondo la mitologia i giganti si ribellarono a Zeus e tentarono la scalata al monte Olimpo per detronizzarlo. La loro rivolta non ebbe successo e Zeus punì la loro insubordinazione facendoli schiacciare dall’enorme mole dell’Etna.
La leggenda sulla nascita della Sicilia coinvolge un complesso di fatti mitologici che trattano di lotte tra dei e giganti, tema di cui abbiamo già parlato nell’articolo sull’origine della Sicilia. Le storie dei giganti sconfitti da Zeus continuarono a ispirare versi di poeti celebri di ogni epoca. Il gigante si chiamava Tifeo per Ovidio, Encelado per Virgilio, tanto che Ariosto nell’Orlando Furioso canta “là dove calca la montagna etnea al fulminato Encelado le spalle.”
La leggenda era coerente con la rilevazione che loro malgrado gli antichi sicelioti facevano dei movimenti sismici che interessavano la zona, attribuiti ai rivolgimenti a agli sforzi dei giganti che cercavano di scrollarsi di dosso il peso della mole etnea. In questo come in molti altri casi il mito dà una spiegazione a fenomeni naturali che meravigliavano gli uomini antichi ma dei quali non riuscivano a trovare una spiegazione scientifica.
Ne è passato di tempo da allora, oggi ci sentiamo così sicuri dei nostri mezzi tecnologici che siamo “pronti” a costruire un ponte a unica campata di 3.300 metri sopra la testa di giganti così irrequieti. Anche se il progresso ha liberato l’umanità da molte paure, l’uomo non ha mai smesso di creare storie fantastiche e leggende per dare una spiegazione a ciò che non comprende.

La fonte Aretusa di Siracusa
La leggenda racconta che Alfeo, figlio del dio Oceano, spiando la ninfa Aretusa mentre faceva il bagno nuda, se ne innamorò perdutamente. Ma Aretusa non ricambiava il suo sentimento, anzi rifuggiva da lui, finché stanca delle sue insistenze chiese aiuto ad Artemide. La Dea la avvolse in una spessa nube sciogliendo la giovane in una fonte sul lido di Ortigia.
Alfeo allora chiese aiuto a Zeus, che, commosso dal suo profondo dolore, lo trasformò in un fiume che nascendo dalla Grecia e percorrendo tutto il Mar Ionio si univa all’amata fonte. La povera Aretusa nemmeno così potè liberarsi dell’indesiderato, insistente innamorato.
Una antica testimonianza della bellezza della fonte Aretusa, ce la dà Cicerone:
« Nella parte estrema di quest’isola vi è una fonte di acqua dolce il cui nome è Aretusa, di incredibile ampiezza, pienissima di pesci, il cui flusso sarebbe tutto sommerso se non fosse separato dal mare da un massiccio muro in pietra. » Cicerone
Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è la Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è la Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e la canicole della passione. (continua…)

SELINUNTE METOPA TEMPIO E
C’era un tempo in cui gli uomini non abitavano ancora la terra e gli Dei dell’Olimpo furono sfidati per la supremazia del mondo. I Giganti, nati da Gea (la Terra) fecondata dal sangue di Urano precipitato al suolo quando il figlio Crono evirò il padre, ingaggiarono una battaglia furibonda. Aizzati dalla madre misero tre montagne una sopra l’altra per raggiungere l’Olimpo. Tutti i Giganti stavano prendendo il sopravvento sugli dei, solo Zeus, Poseidon, Athena e Artemide resistevano agli attacchi fino a quando in loro soccorso arrivo un semi dio, Eracle, figlio di Zeus e di una mortale, che con la sua forza prodigiosa riuscì a dare il colpo di grazia ai ribelli, ribaltando la situazione, sconfitti i giganti furono relegati nelle profondità del sottosuolo.
Ma dell’avvincente Gigantomachia noi voliamo raccontare dello scontro tra la dea Athena ed il gigante Encelado.
Costui era terribile, altissimo, con lunghi capelli inanellati e lunga barba e coda di serpente a coprire i piedi. Stava per raggiungere la vetta della dimora celeste, ma la dea Athena, indossata la sua armatura, lei dea di giustizia, temperanza e sapienza, scaglia la dea Nike (vittoria) al suo servizio contro il gigante, Encelado tentò di fuggire così la dea brandisce lo scudo della giustizia, che tante volte nella raffigurazioni viene appoggiato alla gamba sinistra della dea, e lo scaglia contro il gigante. (continua…)
Da sempre fonte inesauribile di eterna malia, insieme al magma, dalla viscere sono fuoriusciti, il mito, la favola, la superstizione. Lo hanno abitato Dei, Mostri e Titani: Efesto, Polifemo, Tifeo ed Ecelados. Lo hanno cantato con straordinaria poesia Omero, Esiodo, Eschilo e Pindaro, da Virgilio ad Orazio fino ad arrivare a Goethe e tanti altri fino ad oggi. Fucina inestinguibile di amore e odio, solo dal limite della grande voragine “A MUNTAGNA”, cosi come la chiamano i catanesi, “IDDU” come in confidenza io lo chiamo, la mia anima si avvicina alla comprensione di Dio, ad un passo dal cielo, ad un passo dall’inferno. (continua…)
“Ci sono luoghi per la storia, dove il tempo ha segnato la sua voce, la verità il suo enigma, nel cuore del mediterraneo, a Piazza Armerina nella dolce valle del casale, maestranze, ispirate scrissero, con la pietra, il testamento di tutta l’umanità classica mentre il vento del tempo, seppelliva le sue spoglie, apparì sulle tessere dei mosaici un racconto musivo, che aveva cucito l’eco di infiniti giorni per comporre le sembianze di memoria e cantare ai posteri, di Ulisse, di Ambrosia, della caccia e della vendemmia, dei giganti e quello dell’Impero di Roma, senza dimenticare mai il destino umano, che nelle sue opere più significative rimane un mistero….” cosi lessi in una prefazione di Iside Castagnoli sulla Villa Romano-Imperiale detta del Casale.
Io aggiungo per sdrammatizzare, che la villa per numero di ambienti, comfort e lusso, nulla avrebbe oggi da invidiare alle ville di Beverly Hills. Più di 3500 metri quadri di superficie mosaicata con più di 60 ambienti, dove le stanze di rappresentanza e gli appartamenti privati dei signori della casa presentano tappeti musivi policromi figurati di eccezionale fattura ma anche le stanze meno importanti e di pertinenza della servitù presentano mosaici, in questo caso geometrici ma non meno pregiati. Dalla fattura e dalla finezza dei disegni gli archeologi sono concordi nell’attribuire a maestranze africane la realizzazione, ma sicuramente la mente e il committente di tali meraviglie certamente doveva appartenere all’alta aristocrazia colta e raffinata dell’Impero Romano. (continua…)
“Queste tutte cose sono antiche memorie della città, della Vergine Madre di Dio nostra Signora et Protettrice , e primieramente di Cam e della moglie Rea nostri progenitori, e della vittoria del conte Ruggieri, il quale, forzati i Mori, entrò trionfalmente in Messina…” così nel 1606 Giuseppe Bonfiglio parla della festa di mezza Estate nella sua Messina. Fantastica processione in onore dell’Assunta, dove due enormi Giganti, la leggenda li chiama Cam e Rea oppure Grifone e Mata, mitici fondatori della città sullo stretto, passeggiano nei giorni 13 e 14 Agosto aspettando anche loro la Vara del 15. Macchina prodigiosa, che il popolo riteneva dotata di volontà propria e libertà di movimento, come narra il Bonfiglio, fu inventata da un certo Radese. La Vara, che come alcune fonti narrano, non nacque per celebrare la Vergine, ma per onorare l’incredibile vittoria militare che Carlo V riporta a Tunisi contro i mori. Solo successivamente le figure vennero sostituite in quelle ancora oggi in uso per celebrare la Madonna che fino ad allora veniva portata in trionfo unicamente su un cavallo bianco. La macchina fu di cosi grande effetto che i Messinesi la vollero adottare per sempre per la loro patrona. Questa alta circa 15 metri e pesante otto tonnellate, è popolata da statue di Apostoli, Angeli (circa 70), nuvole bianche e d’argento, Sole e Luna e sulla sommità nostro Signore che porge Maria verso il cielo. (continua…)