leggende

Versi di Giosue Carducci sulla Sicilia

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aci_galateaIl fascino che le leggende classiche siciliane esercitarono nei confronti dei poeti di ogni tempo è testimoniata anche in una delle odi composte da Giosué Carducci, premio Nobel nel 1906, intitolate “Primavere Elleniche“.

In questi pochi versi Carducci evoca tre famose leggende siciliane del periodo classico. La leggenda della  ninfa Galatea e il suo amante Aci che per sfuggire alle minacce del geloso rivale Polifemo viene trasformato in un fiume, della “ennea” Proserpina rapita da Plutone nei pressi del lago di Pergusa e portata nell’Ade per sei mesi all’anno ( i mesi dell’autunno e dell’inverno), e della bellissima ninfa Aretusa trasformata nella fonte Aretusea di Siracusa dalla dea Artemide, per sfuggire al cacciatore Alfeo che si era perdutamente innamorata di lei.

Il toscano Carducci canta una Sicilia che  conosceva  solamente attraverso le  leggende  mitologiche :infatti non ebbe mai modo di visitare i luoghi in cui si erano svolti i fatti che lo avevano ispirato.

Sai tu l’isola bella, a le cui rive
manda Jonio i fragranti ultimi baci,
nel cui sereno mar Galatea vive
e sui monti Aci? (continua…)

“MAMMA LI TURCHI” – detto ancora diffuso

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Nell’estate del 1799 approda nel porto di Palermo, la flotta turca, fiore all’occhiello del potente impero Ottomano, che dominavano il Mediterraneo dal Bosforo alle colonne d’Ercole. Durante la sosta nel porto di Palermo, le navi turche furono oggetto di visite di molte famiglie nobili palermitane. La più visitata era la nave ammiraglia, dove gli aristocratici visitatori, furono ricevuti con molta cortesia e disponibilità dall’Ammiraglio ottomano, che li ospita offrendo loro dolci e rinfreschi. Uno di questi nobili visitatori, il barone Miccichè, colpito da grande cortesia e signorilità dell’Ammiraglio, volle ricambiare la cortesia, invitandolo a palazzo Comitini, ossia il suo palazzo di città, sito in via Maqueda. L’Ammiraglio turco con gli alti ufficiali, giunsero al palazzo Comitini all’ora di pranzo. Dopo i convenevoli di rito e le presentazioni di tutta la famiglia, gli ospiti e invitati, passarono nel grande salone per il banchetto. Mentre i commensali, mangiavano e bevevano di gusto, nel salone arrivo l’eco di grida di aiuto, provenienti, dagli appartamenti interni del palazzo. Dopo pochi secondi di sbigottimento, quasi tutti i commensali si levarono dalla tavola, per accorrere verso la camera, da dove provenivano le grida. Giunti, nella stanza, che era adibita alla servitù, sorpresero un marinaio turco al seguito dell’Ammiraglio che cercava di usare violenza a una giovane serva di casa Miccichè, che non godendo di ottima salute, quel giorno era stata lasciata a riposo. (continua…)

La leggenda sul principio di Archimede

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« Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume di fluido spostato »

Questa è la formulazione del principio di Archimede, noto più o meno a tutti, che spiega la ragione per cui alcuni corpi galleggiano mentre altri vanno a fondo. Nel De Architectura Marco Vitruvio Pollione ci racconta che Archimede stava facendo il bagno quando sentendo una spinta dell’acqua verso l’alto intuì la legge dei corpi galleggianti. Fu tale l’eccitazione del genio siracusano che, balzando fuori dalla vasca, si mise a correre nudo per le strade di Siracusa urlando in greco “eureka!” “ho trovato!”

Ma cosa aveva trovato Archimede? La soluzione a un problema molto importante di certo, quello di comprendere la legge in base alla quale un corpo fisico immerso in un fluido galleggia o meno.

In realtà Archimede aveva trovato la soluzione a un problema più specifico, che gli aveva posto il re di Siracusa. Il sovrano Gerone II aveva commissionato ad un orefice una corona d’oro, ma sospettando di essere stato ingannato e che parte dell’oro fosse stato sostituito da metallo più vile chiese aiuto ad Archimede. (continua…)

Storie di pedate miracolose del Signore, del diavolo, dell’asinello e altre

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La fervida fantasia popolare siciliana ha prodotto nei secoli numerosissime storie e leggende che hanno dato anima a sorgenti, fiumi, mari e perfino alle pietre. Tra le tante storie raccolte dal celebre studioso di tradizioni siciliane Giuseppe Pitrè, ve ne sono alcune che parlano di impronte miracolose lasciate su massi di lava. Eccone una.

“In mezzo al torrente Giacona, quasi a metà di quel tratto che unisce Aci Platani ed Aci Catena e che serve comunemente di strada, si nota un grande masso di lava, sul quale sono visibili alcuni incavi, più o meno grandi e più o meno profondi.

Uno di questi, che rassomiglia all’orma di un piede con contorni regolari, è detto la pedata del Signore; ed un altro più rozzo e che i fanciulli sformano di continuo a colpi di pietra, è invece ritenuto la pedata del diavolo.

Ma la fantasia popolare ha dato nome non a questi due soli incavi ha dato dei nomi: anche gli altri che stanno attorno ad essi ha battezzato, tanto che dice la pedata dell’asinello, una fossetta arrotondata sulla stessa pietra, e poi la pedata del bue, la pedata dell’agnello e la pedata del cavallo, altre tre che sono in un masso vicinissimo al primo.” (continua…)

Publica quies, secura tranquillitas

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“Publica quies, secura tranquillitas”. Così si leggeva la mattina del 21 ottobre -1773 su lunghe strisce di carta appicciate alle mura di Piazza Vigliena a Palermo.  Nella monumentale piazza ottagonale regnava effettivamente la tranquillità suprema: la morte. Per volontà del principe di Cutò, Girolamo Filangieri, l’animoso giudice Bottari aveva condannato a pene varie, ma sempre gravi, molti partecipanti o presunti partecipanti alle rivolte dei mesi precedenti. Tre di loro erano stati condannati a morte e la sentenza era stata eseguita quella mattina prima del sorgere del sole. Nei precedenti tumulti guidati dal popolano Francesco Maurigi, che aveva aizzata la folla tenendo levato in alto un pane confitto ad una lunga pertica nera, la plebe aveva presa la mano ai popolani desiderosi soltanto del bene pubblico, ed aveva fatto saccheggi di negozi e di case patrizie, era venuta a sanguinoso e tumultuoso lungo conflitto con il presidio della città composto di numerosi soldati svizzeri che erano usciti in ordine di battaglia dal forte Castellammare, aveva occupate gli spalti dei bastioni della città ed infine ottenuto l’allontanamento del viceré Fogliani. Ora, tornata la calma, molti arrestati erano stati condannati severamente e con ferocia. (continua…)

Leggende di Madonne siciliane

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Due brevi leggende popolari riportate da Giuseppe Pitrè, celebre raccoglitore e studioso di tradizioni popolari siciliane.

La Madonna nella chiesa di Sant’Agata la Guilla in Palermo

Un giocatore presso la chiesa di Sant’Agata la Guilla giocava disperatamente, e giocando perdeva sempre. Quando non gli rimaneva se non l’ultimo quattrino, giurò che avrebbe preso a coltellate magari la Madonna se avesse perduto anche stavolta. Giocò e perdette. Allora, fuori di sè dalla rabbia, entra in chiesa e visto un quadro della Madonna e del Bambino, si avventò contro di esso col coltello. Al primo colpo ferì Maria, al secondo il Bambino. Il sacrilego venne arrestato e condannato a morte.

La Madonna della Neve in Francofonte

Nei secoli passati fu da alcuni cacciatori scoperta in mezzo ad un roveto, detto Passaneto, un quadro di Maria. Impazienti di prenderlo, essi con falci si diedero a tagliare quel roveto. Nel fervore dell’opera una punta di falce toccò la fronte dell’immagine, e subito ne sprizzò sangue, che venne ristagnato con cotone, il quale è tuttavia attaccato alla tela. Il quadro, dopo varie vicende, fu trasportato in Francofonte, nella chiesa della Madonna della Neve.

Il mito legato ai fiumi Ciane e Anapo

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fiumecianeIl mito di Ciane e Anapo

Quante sorgenti e quanti fiumi siciliani sono collegati a fatti mitologici! La  fonte Aretusa di Siracusa, ad esempio, prende il nome dalla sfortunata ninfa al seguito di Artemide, trasformata dalla dea nella famosa sorgente, per liberarla dalle insistenze dell’innamorato Alfeo.

Anche i fiumi Ciane e Anapo, il cui corso si unifica nel tratto finale per riversarsi in una foce unica nel Porto Grande di Siracusa, si ricollegano al mito, ed ancora una volta la leggenda tratta di un amore “divino” finito in tragedia.

Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, dea della vegetazione e dell’agricoltura, era intenta a cogliere fiori insieme ad alcune ninfe presso le rive del lago Pergusa (vicino ad Enna). Improvvisamente, dal suo regno sotterraneo sbucò fuori Ade, innamorato della fanciulla, che per non perdere tempo in corteggiamenti e soprattutto per evitare di chiedere la mano di Persefone al fratello Zeus, decise di rapirla. (continua…)

Giuseppe Pitrè

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Giuseppe Pitré (Palermo, 21 dicembre 1841 – Palermo, 10 aprile 1916) è noto principalmente per il suo lavoro nell’ambito del folclore regionale.

A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché  la sua opera monumentale resta pietra miliare per la ricchezza e la vastità d’informazioni nel campo del folclore, in cui nessuno ha raccolto “come e quanto” lo scrittore palermitano.

Giuseppe Pitrè, nella seconda metà dell’Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marino e accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli di Luigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d’alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita. (continua…)

I cani del dio Adrano

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“Chi ti pozzano manciari li cani!” E’ un’imprecazione siciliana, che si rivolge contro un malfattore per augurargli di venire sbranato da cani inferociti. Ebbene questo “augurio” affonda le radici nel mito e in particolare nel culto del dio Adrano. Come ci raccontano alcuni storici, sulle pendici dell’Etna, nei pressi dell’odierna Paternò, sorgeva un tempio con all’interno una statua che raffigurava il dio armato con una lancia, simbolo della potenza del vulcano.
Al tempio di Adrano, situato nei pressi del laghetto Naftia, accorreva una gran folla di fedeli, proveniente da ogni parte dell’isola.
La leggenda racconta che a custodire il tempio ci fossero numerosi cirnechi, dei cani da caccia tipici dell’Etna di origine egizia, razza derivante dallo sciacallo sacro al dio Anubis, e che questi cani fossero così intelligenti da mostrarsi accoglienti nei confronti dei fedeli che si presentavano al tempio con molti doni, e aggressivi e spietati nei confronti di chi si avvicinava al luogo di culto con cattive intenzioni. (continua…)

La leggenda dei Giganti rivoltosi schiacciati sotto l’Etna

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etna_eruzioneAll’Etna sono collegate numerose leggende, tra queste c’è anche la leggenda dei giganti schiacciati sotto il peso del vulcano. Secondo la mitologia i giganti si ribellarono a Zeus e tentarono la scalata al monte Olimpo per detronizzarlo. La loro rivolta non ebbe successo e Zeus punì la loro insubordinazione facendoli schiacciare dall’enorme mole dell’Etna.

La leggenda sulla nascita della Sicilia coinvolge un complesso di fatti mitologici che trattano di lotte tra dei e giganti, tema di cui abbiamo già parlato nell’articolo sull’origine della Sicilia. Le storie dei giganti sconfitti da Zeus continuarono a ispirare versi di poeti celebri di ogni epoca. Il gigante si chiamava Tifeo per Ovidio, Encelado per Virgilio, tanto che Ariosto nell’Orlando Furioso canta “là dove calca la montagna etnea al fulminato Encelado le spalle.”

La leggenda era coerente con la rilevazione che loro malgrado gli antichi sicelioti facevano dei movimenti sismici che interessavano la zona, attribuiti ai rivolgimenti a agli sforzi dei giganti che cercavano di scrollarsi di dosso il peso della mole etnea. In questo come in molti altri casi il mito dà una spiegazione a fenomeni naturali che meravigliavano gli uomini antichi ma dei quali non riuscivano a trovare una spiegazione scientifica.

Ne è passato di tempo da allora, oggi ci sentiamo così sicuri dei nostri mezzi tecnologici che siamo “pronti” a costruire un ponte a unica campata di 3.300 metri sopra la testa di giganti così irrequieti. Anche se il progresso ha liberato l’umanità da molte paure, l’uomo non ha mai smesso di creare storie fantastiche e leggende per dare una spiegazione a ciò che non comprende.

Il mito della fonte Aretusa di Siracusa

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La fonte Aretusa di Siracusa

La leggenda racconta che Alfeo, figlio del dio Oceano, spiando la ninfa Aretusa mentre faceva il bagno nuda, se ne innamorò perdutamente. Ma Aretusa non ricambiava il suo sentimento, anzi rifuggiva da lui, finché stanca delle sue insistenze chiese aiuto ad Artemide. La Dea la avvolse in una spessa nube sciogliendo la giovane in una fonte sul lido di Ortigia.

Alfeo allora chiese aiuto a Zeus, che, commosso dal suo profondo dolore,  lo trasformò in un fiume che nascendo dalla Grecia e percorrendo tutto il Mar Ionio si univa all’amata fonte. La povera Aretusa nemmeno così potè liberarsi dell’indesiderato, insistente innamorato.

Una antica testimonianza della bellezza della fonte Aretusa, ce la dà Cicerone:
« Nella parte estrema di quest’isola vi è una fonte di acqua dolce il cui nome è Aretusa, di incredibile ampiezza, pienissima di pesci, il cui flusso sarebbe tutto sommerso se non fosse separato dal mare da un massiccio muro in pietra. » Cicerone

La leggenda di Colapesce

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colapesce

La leggenda di Colapesce è un racconto dalle molte varianti di cui alcune risalgono al 1300. La leggenda narra di un certo Nicola con il diminutivo di “Cola” di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in acqua. Quando tornò dalle sue numerose immersioni in mare raccontò le meraviglie che vide, e addirittura una volta portò un tesoro.
La sua fama arrivò al re di Sicilia ed imperatore Federico II che decise di metterlo alla prova. Il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione. Per prima cosa buttò in acqua una coppa, e subito Colapesce la recuperò. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo, e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. Per la terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo, ma passò il tempo e Colaspesce non riemerse più. (continua…)

FOCE del Fiume PLATANI – Riserva Naturale dell’Agrigentino tra natura e leggende

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Beach_at_Foce_del_fiume_Platani,_province_of_Agrigento_(Sicily)

Banalmente si potrebbe dire che il tratto di costa compreso tra Capo Bianco (Cattolica Eraclea) e Borgo Bonsignore (Ribera) è uno dei più belli dell’Agrigentino. Difficile descrivere la straordinaria suggestione di questi luoghi, la quiete dei sentieri animati soltanto dal canto degli uccelli, dal frinire dei grilli, dal repentino guizzo di piccoli animali e insetti tra le foglie, dal ritmico mormorio della risacca marina. La visita alla splendida Riserva Naturale Foce del Fiume Platani, gestita dal Dipartimento Regionale Azienda Foreste Demaniali, è sicuramente un’esperienza indimenticabile. (continua…)

San Vito lo Capo – Caribe Siciliano

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Luce che ti avvolge e ancor di più ti abbaglia. Tre chilometri di spiaggia fine e bianchissima, delimitata ai lati da una costa che si alza e si frange in calette di ghiaia sassosa ed angoli romanticamente di roccia selvaggia. Il mare semplicemente a San Vito lo Capo resta protagonista dell’abitato con il  turchese tropicale delle sue acque cristalline, indescrivibilmente trasparenti (solo le foto riescono ad aiutarmi dove le parole non arrivano), caraibico scenario in terra siciliana; e la sabbia che dolcemente degrada verso il largo, passerelle in legno, torrette di avvistamento, con assistenti bagnanti che garantiscono una nuotata sicura. (continua…)

La Scala dei Turchi

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Il nome evoca miti e leggende passate. Narra di pirati Saraceni che ormeggiando le loro navi in acque limpide e tranquille, si inerpicavano per i suoi candidi gradoni. Con vesti sgargianti correvano, razziavano e con ricchi bottini, sempre dai dolci pendii, scappavano.

Come allora anche adesso l’incanto lascia senza fiato chi giunge in questo tratto di costa siciliana.

Tra Agrigento ed Eraclea, anche loro dal favoloso passato greco, in località Realmonte si trova protesa sul mare l’incredibile Scala dei Turchi.

Le parole non sono sufficienti; descrivere l’incanto impalpabile della sua visione, profumi di acque pure e piante aromatiche, la dolce sensazione di stendersi con la schiena sulle pannose rocce. No, non basta dirlo, bisogna andare e vedere; scoprire per credere e rimanere folgorati di come il mare, il vento, le piogge e la natura intera di ere geologiche hanno restituito tale meraviglia.

L’impalpabile materiale con cui è fatta viene chiamata Marna, roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa avente un caratteristico colore bianco puro.

(continua…)

La leggenda di Isola delle Femmine – Foto e Mappa

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L’origine del nome non è certa: la leggenda vuole che sull’isolotto sorgesse in tempi remoti un carcere femminile ma gli archeologi non hanno trovato resti di carceri.

Un’altra leggenda narra che il conte di Capaci s’invaghì di una donna del luogo e la fece imprigionare sull’isolotto di Isola delle femmine perché nessun altro uomo la toccasse. Ma lei non lo ricambiava e in una notte di maestrale, mentre il mare era in tempesta, si gettò tra gli scogli, morendo.

Da allora, ogni anniversario della sua morte, si sentono le sue grida provenienti dall’isolotto.

Atterrando a Palermo, quando la traiettoria di approccio dell’aereo segue la costa che da Palermo porta all’aeroporto di Punta Raisi, è possibile osservarla dall’alto, così. Ricordatevi però di farvi assegnare il posto finestrino sulla fila sinistra.

Foto da Flickr (http://www.flickr.com/photos/rudibbi/2128395779/)

Veduta aerea di isola delle Femmine - Foto da Flickr (http://www.flickr.com/photos/rudibbi/2128395779/)


(continua…)

Archimede di Siracusa. Storie sulla vita del genio siciliano

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Archimede di Siracusa (in greco Ἀρχιμήδης; Siracusa, circa 287 a.C. – Siracusa, 212 a.C.) è stato un matematico, astronomo, fisico e inventore siciliano.

Archimede è considerato come uno dei massimi scienziati della storia.

Archimede e gli aneddoti sulla sua vita

La vita di Archimede è indissolubilmente legata a due aneddoti leggendari. Vitruvio racconta che avrebbe iniziato ad occuparsi di idrostatica perché il sovrano Gerone II gli aveva chiesto di determinare se una corona fosse stata realizzata con oro puro oppure utilizzando una lega di metalli. Archimede avrebbe scoperto come risolvere il problema mentre faceva un bagno, notando che la sua immersione provocava un innalzamento del livello dell’acqua. (continua…)

Castello di Donnafugata. Castello d’incanto

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La dimora di Donnafugata, impropriamente definita “castello”, fu, nella volontà e per decisione dei suoi realizzatori, una splendida casa di villeggiatura. Caratterizzato da un’architettura eclettica è il risultato della successione e della sovrapposizione di interventi voluti dai diversi proprietari. Agli inizi del XIX secolo Don Francesco Maria Arezzo, barone di Donnafugata cominciò ad accrescere il patrimonio abitativo all’interno del feudo.
Ecco come prese corpo il sontuoso edificio che nel sogno del figlio Corrado, figlio di Francesco Maria, nato a Ragusa Ibla nel 1824, uomo di grande prestigio che seppe interpretare in modo esaltante il ruolo che la società e la storia gli assegnavano: politico, poeta, letterato, collezionista d’arte, imprenditore coraggioso e creativo (si direbbe “un attento innovatore”), si materializzò nell’edificio come ancora sopravvive. (continua…)