Due brevi leggende popolari riportate da Giuseppe Pitrè, celebre raccoglitore e studioso di tradizioni popolari siciliane.
La Madonna nella chiesa di Sant’Agata la Guilla in Palermo
Un giocatore presso la chiesa di Sant’Agata la Guilla giocava disperatamente, e giocando perdeva sempre. Quando non gli rimaneva se non l’ultimo quattrino, giurò che avrebbe preso a coltellate magari la Madonna se avesse perduto anche stavolta. Giocò e perdette. Allora, fuori di sè dalla rabbia, entra in chiesa e visto un quadro della Madonna e del Bambino, si avventò contro di esso col coltello. Al primo colpo ferì Maria, al secondo il Bambino. Il sacrilego venne arrestato e condannato a morte.
La Madonna della Neve in Francofonte
Nei secoli passati fu da alcuni cacciatori scoperta in mezzo ad un roveto, detto Passaneto, un quadro di Maria. Impazienti di prenderlo, essi con falci si diedero a tagliare quel roveto. Nel fervore dell’opera una punta di falce toccò la fronte dell’immagine, e subito ne sprizzò sangue, che venne ristagnato con cotone, il quale è tuttavia attaccato alla tela. Il quadro, dopo varie vicende, fu trasportato in Francofonte, nella chiesa della Madonna della Neve.
Giuseppe Pitré (Palermo, 21 dicembre 1841 – Palermo, 10 aprile 1916) è noto principalmente per il suo lavoro nell’ambito del folclore regionale.
A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché la sua opera monumentale resta pietra miliare per la ricchezza e la vastità d’informazioni nel campo del folclore, in cui nessuno ha raccolto “come e quanto” lo scrittore palermitano.
Giuseppe Pitrè, nella seconda metà dell’Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marino e accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli di Luigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d’alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita. (continua…)
Nato in una Catania in grande fermento culturale, Tra ’800 e ’900, il grande maestro e compositore Francesco Paolo Frontini, ha saputo raccontare in musica la sua Sicilia, con la passioni di pochi. Amico di Verga, Capuana, De Roberto, di Hugo e Zola, senza tralasciare Rapisardi, Sciuti e anche Puccini, raggiunge il successo in Teatri come Torino, Milano, Bologna e tanti altri. Di lui racconta il Pitrè: “ Tra gli artisti e compositori dell’isola, Voi siete, se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la bellezza e la grazia delle melodie del popolo…”. Rapisardi in una lettera di ringraziamenti gli scrive: Grazie, caro sig. Frontini , della musica assai bella e caratteristica di che volle onorare la mia “Lauda di Suora”. ha saputo rendere l’intensa ascetica sensualità che li anima. Quel crescendo dell’ultima strofe, che si risolve in una frase larga e voluttuosa, a me pare d’un mirabile effetto; dà la viva immagine dell’orgia spirituale, a cui si abbandona una povera anima assetata d’amore e condannata a languire in un chiostro. Bravo, caro Sig. Frontini, ma proprio di cuore e augurandole pari al merito la fortuna, me le confesso. Aff.mo Mario Rapisardi. Ascoltiamo una delle sue Opere: (continua…)
Lu vecchiu avaru.
C’era un vecchiu avaru, lu quali si maritau tri voti facennu mòriri li mugghieri. Chistu, allura chi si spusava, a li mugghieri ci facia di pattu di mangiari picca. Iddu ci dicia: – “Siddu avemu a stari ‘nsèmula, tu ha’ a fari comu dicu iu.” La matina misi tri linticchi mi la pignata e li fici vùgghiri. Chisti linticchi avianu ad essiri pi la mangiata. Cotti di tri linticchi, lu maritu jinchiu di vrodu li piatta, cu di tri linticchi divisi. La sira accattau un granu di sardi salati, e li maritu vosi fatta la sula cuda. La mugghieri facia accussi comu dicia iddu, e si mangiava la mezza cuda. Cu stu modu janu ‘nsicchennu adàciu adàciu, e accussì morsi la prima. Poi iddu si maritau arrèdi, e cu la secunna fici lu stissu. A la terza mugghieri però, nun ci arrinisciu accussi! – Iddu avia un gaddinaru chinu di gaddini, e siccomu iddu prima chi si ni jia, urdinava sempri o li tri linticchi o la sarda salata; la mugghieri ca era scaltra si nni iu ni lu gaddinaru, ammazzava ‘na gaddina a la vota, e si facia lu brodu. Comu poi arrivava lu maritu di la campagna, sulìa asciari la cuda di la sarda, o li tri linticchi. La mugghieri ci nisciu ddi cosi, e poi fingia di mangiari ‘nsèmmula. Si mangiavanu dda testa di sarda e finianu. Ma la mugghieri ‘na matinata, comu vitti ca li gaddini avìanu finutu, e nun ristava àutru chi un sulu gaddu, pinsau di giusto di sciacallu (azzopparlo). (continua…)
Non ci credo, ma mi cautelo
Una signora della borghesia medio-alta di Palermo, superstiziosa fino al midollo, includeva tra gli agenti porta sfortuna le composizioni di fiori secchi.
Tornando a casa dopo la notte di Natale nella quale si era scambiata i regali tra parenti e amici, avendo ricevuto tra le altre cose anche una composizione di fiori secchi, non appena posteggiata l’automobile vicino ad un cassonetto della spazzatura, si premurò a buttarvela dentro.
Durante la notte il cassonetto prese fuoco e con esso anche l’automobile della signora; la quale più che dispiaciuta della perdita dell’auto fu sollevata per la verifica delle sue convinzioni.
La superstizione in Sicilia è molto diffusa. Ben pochi ammettono di essere superstiziosi, ma i maghi e le fattucchiere di varia natura fanno affari d’oro anche in periodi di crisi economica. (continua…)
Un gioiello dell’architettura fatimida
Il Castello o anche Palazzo della Zisa oggi inteso semplicemente la Zisa, prese il nome dall’arabo al-ʿAzīza, ovvero “la splendida”.
Il Castello della Zisa è l’esempio più rappresentativo di architettura fatimida di età Normanna.
La costruzione dell’edificio fu iniziata nel 1165 da Guglielmo I detto “il Malo” e fu portata a termine dal figlio Guglielmo II detto “il Buono” intorno al 1175.
Scrive Michele Amari nella sua Storia dei musulmani in Sicilia: “Guglielmo … rivaleggiando col padre … si mosse a fabbricare tal palagio che fosse più splendido e sontuoso di que’ lasciatigli da Ruggiero. Il nuovo edifizio fu murato in brevissimo tempo con grande spesa e postogli il nome di al-ʿAzîz, che in bocche italiane diventò «la Zisa» e così diciamo fin oggi” (continua…)