La straordinaria suggestione delle immagini, nate dalla creatività, dalla compostezza, dal pathos interpretativo dei personaggi, hanno reso il Presepe Vivente di Custonaci tra i più famosi in Italia . Infatti durante le festività natalizie , per molti fedeli e non , recarsi a visitare il presepe vivente è un appuntmento a cui non si può mancare. Tutto si svolge a qualche chilometro dall piccolo centro trapanese chiamato Custonaci e più precisamente all’interno della spettacolare grotta Mangiapane di Scurati. L’iniziativa nasce solo nel 1983 ma da allora si è ripetuta ogni anno richiamando turisti da tutta la Sicilia e non solo. (continua…)
Ogni occasione è buona! Questo direbbe qualunque persona nell’apprendere che per i siciliani tutte le opportunità, specialmente quelle sacre, sono favorevoli per produrre, ma soprattutto per consumare, dolci. Di certo, alle menti creative e golose isolane non sfugge l’opportunità di onorare il generoso santo di Tours che dona il suo mantello.
Una curiosità: la tradizione prevede un San Martino dei ricchi, che è quello dell’11 Novembre, e uno dei poveri, che per festeggiare attendevano la prima Domenica successiva al giorno 11, forse per ragioni economiche legate alla scadenza della paga settimanale. Il San Martino dei poveri veniva festeggiato a Palermo, con il rito del biscotto di San Martino “abbagnatu nn’u muscatu”, cioè di un particolare biscotto chiamato sammartinello, inzuppato nel vino moscato. (continua…)
Quante sorgenti e quanti fiumi siciliani sono collegati a fatti mitologici: come la fonte Aretusa di Siracusa, che prende il nome dalla sfortunata ninfa al seguito di Artemide, sciolta dalla dea nella famosa sorgente per liberarla dalle insistenze dell’innamorato Alfeo.
Anche i fiumi Ciane e Anapo, il cui corso si unifica nel tratto finale per riversarsi in una foce unica nel Porto Grande di Siracusa, si ricollegano al mito, ed ancora una volta la leggenda tratta di un amore “divino” finito in tragedia.
Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, dea della vegetazione e dell’agricoltura, era intenta a cogliere fiori insieme ad alcune ninfe presso le rive del lago Pergusa (vicino ad Enna). Improvvisamente, dal suo regno sotterraneo sbucò fuori Ade, innamorato della fanciulla, che per non perdere tempo in corteggiamenti e soprattutto per evitare di chiedere la mano di Persefone al fratello Zeus, decise di rapirla. (continua…)
Erice è la meta ideale per le gite pomeridiane dei trapanesi che, dopo una mattinata al mare, vogliono godersi un pomeriggio fresco e rilassante.
Erice è anche la residenza estiva di una numerosa schiera di affezionati che vi si reca in vacanza, andando ad abitare le sue case caratteristiche, per i cortili fioriti e per l’architettura medievale.
I cortili, che sono dei patii privati in cui si svolgeva la vita di una volta, permettevano di vivere all’aperto senza essere visti dalla strada. Oggi invece gli abitanti preferiscono rinunziare alla privacy e tenere gli accessi aperti per mostrare a tutti la bellezza delle scalette e dei muretti in pietra viva ornati di piante rampicanti e vasi di fiori variopinti. (continua…)
È una delle donne più belle del nostro Paese. Incanta con il suo sorriso e la semplicità dello sguardo. Anna Valle nata a Lentini, antica Leontinoi, una delle prime colonie greche di Sicilia, che conserva notevoli resti archeologici. Classe 1975, da questa città muove i primi passi nel mondo dello spettacolo, con il teatro classico, partecipando ad una Lisistrata di Aristofane, al teatro greco di Siracusa. Fare l’avvocato non era il suo sogno, ma si iscrive ugualmente alla facoltà di giurisprudenza di Catania, ma nel 1995 decidendo di prendere parte al concorso di bellezza più importante d’Italia, ai tribunali non restava che sognare la bellezza di Anna aggirarsi per i palazzi di giustizia. Proprio quell’anno vince la fascia di Miss Italia. Comincia per Anna Valle la carriera di modella ma soprattutto attrice, suo unico vero sogno. Già nel 1996 partecipa al cortometraggio Le due bambole rosse di Alessandro Ingargiola, passando poi a ruoli minori in pellicole come il suo film di debutto Le faremo tanto male (1998) di Pino Quartullo, con Stefania Sandrelli, Ricky Memphis, Rocco Barbaro, Nathalie Caldonazzo e Venantino Venantini.
Vuole diventare attrice, (continua…)
Leonardo Sciascia (1921 – 1989), lo scrittore siciliano che descrisse i siciliani e la loro particolare condizione di “sicilitudine”, in alcune sue citazioni:
Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.
È una cosa talmente semplice fare all’amore… È come aver sete e bere. Non c’è niente di più semplice che aver sete e bere; essere soddisfatti nel bere e nell’aver bevuto; non aver più sete. Semplicissimo. (da Todo modo)
Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità. (citato in Sergio Ricossa, Straborghese, Editoriale Nuova, Milano 1980)
La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini. (da Il cavaliere e la morte)
Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende. (da La strega e il capitano, Adelphi)
Ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza. (da Una storia semplice, Adelphi)
Canzone d’amore stuggente, “Mi votu e m’arrivotu“, interpretata da tanti artisti isolani, prima fra tutti Rosa Balistreri che ne restituisce una sublime interpretazione. Anche altri si sono cimentati, una ammaliante Ornella Vanoni nel concerto di Catania Tributo a Rosa. Vi proponiamo la versione che in Rai ci hanno regalato Mario Venuti e Carmen Consoli.
Ciuri Ciuri insieme a Vitti na crozza, è di sicuro la canzona polopare siciliana più conosciuta al mondo. Tutti i turisti almeno un volta alla settimana mi chiedeno di cantarla, o peggio ancora, cominciano loro ad intonarla. Versioni ne esistono tante, il rifornello per tutte rimane sempre uguale. I “Ciuri” (in italiano “i Fiori”) ciuri di tuttu l’anno l’amuri ca mi dasti ti lu tornu (fiori di tutto l’anno, l’amore che mi hai dato io te lo restituisco), è semplicemente lo stornello tormentone di tutta la canzone che si arrichhisce di strofe che parlano di abbandono, di lavoro, di amore e a volte di corna, ma l’epilogo finale, un po maschilista canta ciuri di rosi russi, a lu sbucciari: amaru a l’omu ca e fimmini cridi…(fiori di rose rosse, che sbocciano: danno solo dolore all’uomo che crede alle donne), che sottolinea la disillussione che provoca l’amore ma anche a chi crede che in sicilia la donna sia stata sempre sottomessa. Per sorridere vi propongo la versione remix fatta da giovani di Licata, per i siciliani di tutto il mondo. (continua…)
A un uomo che dovesse passare un solo giorno in Sicilia e chiedesse: “Cosa bisogna vedere?”, risponderei senza esitare “Taormina”. È solamente un paesaggio, ma un paesaggio che possiede tutto quel che sulla terra serve per sedurre gli occhi, la fantasia, la mente. Il villaggio è sospeso su una larga montagna, come fosse rotolato dalla cima. Pur possedendo bei resti del passato ci limitiamo a traversarlo, per vedere il teatro greco e assistere al tramonto. Quello di Taormina è così superbamente posto che non può esistere nel mondo intero un altro luogo a esso assimilabile. Una volta entrati nel muro di cinta, si visita la scena, la sola che sia pervenuta fino a noi in buono stato, si salgono le gradinate, franate e ricoperte d’erba, un tempo destinate al pubblico, (continua…)
A chi non è capitato di ricevere ospiti desiderosi di girare Palermo ma …in una sola giornata? A me tante volte! La prima volta, ero ancora giovane, sono stata presa alla sprovvista e mi sono un po’ impappinata, ma ora dopo tanti anni e tante esperienze sono una veterana! In poche ore sono capace di dare in maniera apprezzabile un’idea chiara della storia della città e dei suoi monumenti, e mi fanno pure i complimenti!
Giriamo in macchia ovviamente, per vedere il massimo di tutto, e ci scappa pure una puntatina a Monreale e a Mondello. Non è che sono particolarmente brava è che sicuramente chi mi ascolta coglie dalle mia parole tutto l’amore che nutro per la mia terra ed in particolare per Palermo “città felicissima” per chi è di passaggio, meno per chi ci deve stare o sceglie di starci! Ma questo vale per ogni posto del mondo, credo. (continua…)
La Tauromenion dei Greci, la Tabermin o Almoezia degli Arabi, la Taurominium dei Normanni e la Tavormina degli Spagnoli e Borboni. Tutte esistite, tutte esistono ancora oggi in Taormina, nella sua struttura urbanistica, dove ogni nuovo invasore per secoli la assedia, la distrugge e ricostruisce ogni edificio meglio di prima, aggiungendo qualcosa di bello ed attraente.
Il Monte Taurointerrompe la continuità del litorale tra Messina e Catania e appare come una terrazza naturale, protetta alle spalle dalla rocca di Castelmola e di fronte il mare azzurro. Tutto a Taormina induce all’amore, per essere questo un luogo di struggente bellezza, da qualunque parte ci s’affacci o si contempla. Vigile e onnipresente la osserva compiaciuta, come la più bella delle sue figlie, l’Etna. (continua…)
Fino a non molti anni fa era abbastanza frequente che ad una “fuitina” sentimentale seguisse un matrimonio riparatore; pertanto quando due innamorati si volevano sposare anche contro la volontà dei genitori ricorrevano a questa “irreparabile fuga” d’amore che metteva tutti davanti al fatto compiuto e quindi volenti o nolenti i rancori si dissipavano soprattutto se la fanciulla fedifraga già era in attesa di un figlio. Si diceva anche “fare carrozzella perché la fuga in tempi lontani avveniva a bordo di una carrozzella affittata per l’occasione. Qualche volta, anzi spesso, negli stati sociali più disagiati era il mezzo per convolare a giuste nozze saltando la fase parativa e festosa, la cui spesa non era affrontabile dalle famiglie. Spesso però la sposa (solo lei però) per tutta la vita era indicata come quella che aveva fatto la fuitina. (continua…)
Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è la Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è la Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e la canicole della passione. (continua…)
Il nome evoca miti e leggende passate. Narra di pirati Saraceni che ormeggiando le loro navi in acque limpide e tranquille, si inerpicavano per i suoi candidi gradoni. Con vesti sgargianti correvano, razziavano e con ricchi bottini, sempre dai dolci pendii, scappavano.
Come allora anche adesso l’incanto lascia senza fiato chi giunge in questo tratto di costa siciliana.
Tra Agrigento ed Eraclea, anche loro dal favoloso passato greco, in località Realmonte si trova protesa sul mare l’incredibile Scala dei Turchi.
Le parole non sono sufficienti; descrivere l’incanto impalpabile della sua visione, profumi di acque pure e piante aromatiche, la dolce sensazione di stendersi con la schiena sulle pannose rocce. No, non basta dirlo, bisogna andare e vedere; scoprire per credere e rimanere folgorati di come il mare, il vento, le piogge e la natura intera di ere geologiche hanno restituito tale meraviglia.
L’impalpabile materiale con cui è fatta viene chiamata Marna, roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa avente un caratteristico colore bianco puro.
Strade parallele è una canzone d’amore che fa rivivere la sicilia, nel suono del suo dialetto e nelle immagini che evoca.
Il brano è cantato da due grandi interpreti siciliani, Franco Battiato insieme alla compianta Giuni Russo e va semplicemente ascoltato.
Duminica jurnata di sciroccu
Fora nan si pò stari
Pi ffari un pocu ‘i friscu
Mettu ‘a finestra a vanedduzza
E mi vaju a ripusari
Ah! Ah! ‘A stissa aria ca so putenza strogghi ‘u mo pinzeri
Ah! Ah! ‘U cori vola s’all’umbra pigghi forma e ti prisenti
nan pozzu ripusari. (continua…)
Oggi voglio proporre l’esperienza e le impressioni dello scrittore francese A. Dry che nel 1903 varcando la soglia del piccola cappella che Re Ruggero II volle edificare e consacrare alla onnipotenza di Dio, ma al Dio non solo dei cristiani, perdonate questo mio sottile pensiero, e che nel 1143 dona al mondo intero. Desidero che siamo per adesso altri a parlare, forse oggi non mi sento ancora pronto, o forse a volte i siciliani sono troppo abituati a convivere con tanta bellezza, che servono le parole e gli occhi degli altri per farci comprendere che quello che viviamo giornalmente non sono solo semplici opere d’arte ma uno scrigno inesauribile di esperienze, vita e amore che accompagna le nostre anime a sperare in quel Dio signore e creatore di tutte le cose. (continua…)
Noi siciliani, nella nostra natura di isolani, siamo legati a doppia mandata con tutto quello che il mondo del grande blu, del mare, ci offre. Il mare che ci divide ma nello stesso tempo ci unisce e ci rende confinanti con tutti i popoli che al mare sono legati. Il mare che si ha reso forti, il mare che ha temprato le nostre anime, il mare che in Sicilia non si sa dove inizia, non si sa dove finisce.
Il mare che per tutti i siciliani è una passione senza rivali e di passione per il mare, e perdonatemi se l’ho ripetuto così tante volte, voglio parlare; in particolare un modo di vivere il mare che miei amici trapanesi, vogliono far conoscere e diffondere anche ad altri che come loro vogliono accostarsi in maniera sportiva alla vita sul pelo d’acqua. Propongono il mare visto da un Kayak, antico mezzo di trasporto dei popoli Inuit, e per questo hanno creato il Gruppo Polisportivo Dilettantistico “Azzurro Sea Kayak”, allo scopo di diffondere la cultura sportiva del kayak da mare, intesa come mezzo ecologicamente valido ad esprimere il proprio amore per le meravigliose distese blu del nostro pianeta. (continua…)
Lo scorso sabato, incoraggiata dalle temperature leggermente più miti di questi giorni, sono andata a fare due passi al Giardino Inglese di Palermo. Con mia grande sorpresa, e divertimento, ho trovato su un piccolo ponticello un buon numero di lucchetti lasciati lì come pegno d’amore da altrettante coppie di giovani innamorati, in emulazione di quanto già da tempo accade sul capitolino Ponte Milvio. Non c’è che dire…tanto di cappello a Moccia! Dopo il salto le mie modeste foto:
Questo brano è tratto dal libro “Fra arcobaleno e granito” che l’autore ci ha consentito gentilmente di pubblicare. Il periodo è quello degli anni 40, il luogo è Sambuca di Sicilia un piccolo paese in provincia di Agrigento ed il tema è la ritualità che accompagna il trapasso tra la vita e la morte che da evento tragico diventa momento di intensa aggregazione sociale.
“A Sambuca stavo quasi sempre per la strada: giocavo a calcio, nel ruolo di portiere, con altri bambini, che mi chiamavano “Giacinta” (Giacinto era il nome di mio fratello) e mi beccavo qualche pallonata in piena faccia; inoltre andavo sempre ai funerali, anzi assistevo a tutti i riti funebri, da principio alla fine.
Appena sentivo suonare le campane a morto, mi recavo subito in casa del defunto, ove si svolgeva, in primo luogo, una scena, a dir poco, allucinante: le donne di casa si affrettavano a pulire tutte le stanze e, alla fine, aprivano il balcone della strada principale e gridavano, a piena voce, “Culonna!…”; era una scena da tragedia greca in cui il dolore veniva trattenuto fino al compimento del lavoro e, in questo modo, veniva differito. (continua…)
Da sempre fonte inesauribile di eterna malia, insieme al magma, dalla viscere sono fuoriusciti, il mito, la favola, la superstizione. Lo hanno abitato Dei, Mostri e Titani: Efesto, Polifemo, Tifeo ed Ecelados. Lo hanno cantato con straordinaria poesia Omero, Esiodo, Eschilo e Pindaro, da Virgilio ad Orazio fino ad arrivare a Goethe e tanti altri fino ad oggi. Fucina inestinguibile di amore e odio, solo dal limite della grande voragine “A MUNTAGNA”, cosi come la chiamano i catanesi, “IDDU” come in confidenza io lo chiamo, la mia anima si avvicina alla comprensione di Dio, ad un passo dal cielo, ad un passo dall’inferno. (continua…)