LEONARDO SCIASCIA, nel ricordo di Antonino Buttita
Degli insegnamenti che ho ricevuto da Leonardo Sciascia, essere parco nell’uso degli aggettivi e degli avverbi resta uno dei più decisivi. Mi è perciò difficile parlare dell’uomo e della sua opera, impedito in certo modo nell’uso di aggettivi pur necessari. È il limite che si pone a chi, sollecitato dall’urgenza degli affetti e dei ricordi, di aggettivi non riesce a fare a meno. Non ne ha saputo fare a meno un altro grande scrittore siciliano e suo amico, Enzo Consolo, che nel ricordarlo ha parlato di un uomo e di un intellettuale non solo cristallino, onesto, generoso, ma anche coscienziale. Ecco, Consolo ha saputo trovare l’aggettivo che da solo contiene le parole essenziali per esprimere l’impegno umano e intellettuale di Sciascia. Sono parole come “verità”, “ironia”, “pietà”: parole che noi usiamo e dispensiamo nella banalità de quotidiano, e che solo Sciascia sapeva ricaricare di senso, praticandole non solo con lucida intelligenza, ma anche e soprattutto con alta coscienza morale. C’è un’altra parola che traspare, e si indovina anche quando occultata, lungo tutto l’opera di Sciascia: è la parola “morte”, termine ricorrente e familiare al suo sguardo cosciente verso tutto il corso della sua vita personale e della realtà in cui è vissuto; una realtà della quale con malcelata angoscia avvertiva il progressivo degrado e la morte incombente.
Una lettura epidermica delle sue opere potrebbe perciò indurre a un atteggiamento scettico e perfino pessimista nei confronti dell’uomo e della sua condizione, se non altro limitatamente alla Sicilia. Basti ricordare che per connotare Palermo egli ha fatto ricorso all’aggettivo “irredimibile”. In realtà tutta l’opera di Sciascia è una consapevole e insistita sfida alla morte, non alla morte fisica che purtroppo non conosce sconfitte, ma alla morte storica che lezioni come quelle da lui lasciateci in eredità, se correttamente intese, sconfiggono quotidianamente e convertono in vita. Ecco perché la stessa sua esemplare accettazione della morte non cancella anzi ribadisce la speranza nell’uomo e nel suo futuro. La lettura delle sue opere deve pertanto continuare a costituire per tutti, ma più in particolare per i Siciliani, una ragione in più per non farsi vincere dal pessimismo, per perseverare nel combattere le medievali imposture e le nuove complicità che continuano a ostacolare il progresso civile. È stato giustamente detto che tutta l’opera di Sciascia, complessivamente considerata, è una metafora del mondo. La riflessione attenta sulle contraddizioni, le storture, le profonde ingiustizie che questo paradigma assume e denuncia, deve essere la bussola per tutti coloro che fanno esercizio dell’intelletto, per non farsi irretire in un lavoro letterario per anime belle, per praticare la scrittura come impegno civile, come strumento privilegiato al servizio dell’uomo.










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