Il Ponte sullo stretto di Messina sarebbe una priorità?
I nuovi faraoni
Sulla opportunità di realizzare il Ponte sullo stretto di Messina i siciliani sono stati sempre in profondo disaccordo. Lo sono stati e lo sono indipendentemente dalla specifica militanza politica.
In modo molto schematico i favorevoli sostengono che il ponte sarebbe un’opera di attrazione straordinaria che porterebbe in Sicilia un gran numero di turisti, velocizzerebbe la mobilità tra la Sicilia e il continente, oltre ovviamente a dare una boccata di ossigeno all’economia locale per gli investimenti necessari alla sua realizzazione.
Coloro che sono contrari sostengono a loro volta che le risorse necessarie possono essere utilizzare meglio per potenziare le infrastrutture per la mobilità della Calabria e della Sicilia e per opere di riqualificazione del territorio indispensabili per arginare disastri come, ad esempio, quello di Giampilieri.
La materia è troppo complessa per liquidarla con poche battute da Bar dello sport.
Tuttavia senza sposare nè l’una tesi nè l’altra ci sembra doveroso proporre qualche elemento di riflessione generale.
Qualcuno ricorderà che il 16 agosto del 1972 il giovane sub romano Stefano Mariottini, a Riace a 300 metri dalla costa e alla profondità di 8 metri, rinvenì 2 statue di bronzo di 2 guerrieri greci. Dopo il recupero e il restauro che si protrasse per diversi anni, nel 1980 queste statue, comunemente intese come “I bronzi di Riace” furono esposte al pubblico presso il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Per alcuni mesi accorse gente da tutto il mondo per ammirare di persona queste testimonianze dell’arte greca; poco a poco però la curiosità venne meno e con essa l’afflusso turistico. Oggi
sono gli stessi bronzi a girare il mondo per essere ospitati per periodi di tempo limitati dai più importanti musei della terra. Sospettiamo che gli Enti per la promozione turistica della Regione Calabria abbiano da recitare il “mea culpa” per non avere assunto le iniziative più adeguate a mantenere vivo l’interesse su questi loro tesori. Vogliamo sottolineare che per raggiungere la Calabria dal resto del mondo, Sicilia esclusa, il Ponte non servirebbe affatto.
Verrebbe da ridere, se non da piangere, ritenere che qualcuno possa soltanto essere sfiorato dall’idea che la Sicilia abbia bisogno del Ponte per diventare un’attrattiva per il turismo. La sola elencazione dei luoghi e delle opere che la rendono irripetibile prenderebbe non meno di dieci pagine. Ci limitiamo ad un abbozzo. La Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro greco e le latomie di Siracusa, il barocco di Noto, le Cattedrali di Palermo e di Monreale, sempre a Palermo il Castello della Zisa, il Castello dei Lombardi di Enna, la cittadina di Erice in provincia di Trapani, il Santuario di Tindari in provincia di Messina; e tra le bellezze naturali accenniamo soltanto alla Scala dei Turchi, alla spiaggia di Calamosche, alla Riserva dello Zingaro, alle spiagge della Plaja di Catania e di Mondello di Palermo ed alle altre tante e tante opere e luoghi di cui scriviamo in questo blog. Con questa elencazione abbiamo dimenticato quasi tutto!
Queste considerazioni vogliono trasmettere un messaggio molto preciso. Ritenere il Ponte sullo Stretto di Messina un’opera necessaria al rilancio turistico della Sicilia è fuorviante. Finirebbe come per i Bronzi di Riace. Dopo qualche mese, l’inesorabile oblio. Coloro che governano la Sicilia hanno a disposizione già oggi un patrimonio con il quale poterne cambiare il volto. La Valle dei Templi di Agrigento da sola vale assai più di un ponte e per proporla a livello mondiale ha bisogno soltanto di una illuminata politica per il turismo.
Sostenere la necessità del ponte per rilanciare l’economia e il turismo siciliani è niente più che un alibi. Con ciò non intendiamo dire che siamo contrari alla sua realizzazione, ma piuttosto che non lo riteniamo di per sè una risorsa decisiva per lo sviluppo della Sicilia.









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