In Sicilia i politici fanno ridere più dei cabarettisti
La politica come cabaret
Sdrammatizzare serve anche a sopravvivere. Senza una certa dose di senso dell’humor, la vita potrebbe diventare assolutamente invivibile.
I comici assolvono a questa necessità. I loro paradossi servono a trasformare la tragedia in farsa mettendone in luce gli aspetti più grotteschi.
Provate ad ascoltare il monologo di Giovanni Cacioppo “Il lavoro in Sicilia” oppure quello di Teresa Mannino “I siciliani e i milanesi” o ancora la gag del Gruppetto sul “Dramma della famiglia Lo Cicero per le ambizioni insane della figlia” e scoprirete con che gusto ed inventiva il dramma diventa ilarità.
Orbene questi nostri cabarettisti, ai quali potremmo aggiungerne tanti altri a cominciare da Ficarra e Picone, rischiano di restare senza lavoro.
Il perché è presto detto. I politici siciliani stanno dimostrando di essere cabarettisti molto più bravi di loro. Ogni giorno si legge sui giornali di negozi nei cui catenacci di chiusura è stato messo l’attak non per fare una burla al proprietario ma per esigerne un pizzo o che addirittura 10 scuole hanno dovuto essere chiuse perché sommerse dall’immondizia. Si legge tanto altro, ma non vogliamo annoiare. Avrebbe cantato Andrea Chenier “In cotanta miseria, la patrizia prole che fa?”. La sua patrizia prole si imbellettava e ballava la gavotta, i nostri politici fanno lo stesso.
La maggioranza si divide in 4 e più parti, l’opposizione la imita: parlano di scomposizione e ricomposizione di alleanze immaginando di essere seri e di calamitare la nostra attenzione; ma ci fanno soltanto ridere, visto che le lacrime le abbiamo ormai esaurite tutte. Sul palcoscenico di Zelig con l’abile conduzione di Claudio Bisio e Vanessa Incontrada o dentro la casa del Grande Fratello scatenerebbero la scomposta ilarità del pubblico facendo un boom di ascolti.









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