Il Cunsulo o Cunsolu, un rito di pietà e di amore

Veduta di Sambuca di Sicilia

Questo brano è tratto dal libro “Fra arcobaleno e granito” che l’autore ci ha consentito gentilmente di pubblicare. Il periodo è quello degli anni 40, il luogo è Sambuca di Sicilia un piccolo paese in provincia di Agrigento ed il tema è la ritualità che accompagna il trapasso tra la vita e la morte che da evento tragico diventa momento di intensa aggregazione sociale.

“A Sambuca stavo quasi sempre per la strada: giocavo a calcio, nel ruolo di portiere, con altri bambini, che mi chiamavano “Giacinta” (Giacinto era il nome di mio fratello) e mi beccavo qualche pallonata in piena faccia; inoltre andavo sempre ai funerali, anzi assistevo a tutti i riti funebri, da principio alla fine.
Appena sentivo suonare le campane a morto, mi recavo subito in casa del defunto, ove si svolgeva, in primo luogo, una scena, a dir poco, allucinante: le donne di casa si affrettavano a pulire tutte le stanze e, alla fine, aprivano il balcone della strada principale e gridavano, a piena voce, “Culonna!…”; era una scena da tragedia greca in cui il dolore veniva trattenuto fino al compimento del lavoro e, in questo modo, veniva differito.
A queste grida accorreva molta gente, che si riuniva  intorno alla salma dell’estinto e ne decantava le virtù o i meriti che nessuno in vita gli aveva mai riconosciuto: tutti piangevano, alcuni gratis ed altri a pagamento. Ad una cert’ora i vicini di casa portavano latte, biscotti, caffè e briosce e, dopo mezzogiorno, un paio di polli con patate a spezzatino e relativo brodo, pensando di poter consolare, in questo modo, gli afflitti parenti del morto che, vestito da cima a fondo con abiti del tutto nuovi, stava su un catafalco, posto al centro della stanza, quasi a godersi lo spettacolo.
Era il rito del cosiddetto “cunsulo”, durante il quale i destinatari dello stesso, cioè i parenti più stretti, fingevano di non potere o di non voler mangiare, ma che, alla fine, sotto la pressione degli stessi vicini di casa, andavano in un luogo appartato e, senza essere più visti dalla gente, divoravano tutto in un baleno.
Io, che allora adoravo le patate a spezzatino, o a tutto dentro, fra me e me pensavo: “Si mangia proprio bene quando muore qualcuno!” e mi rammaricavo di non essere fra i parenti più stretti. Poi arrivava il sacerdote per benedire la salma e tutti
i presenti pregavano pronunziando, meccanicamente e a mezza voce, delle parole difficilmente comprensibili. A me pareva che recitassero un’antica preghiera siciliana, che avevo imparato da mia madre, con la quale non si diceva proprio niente, ma si dava l’impressione di pregare, che così recitava: “Cuffitedda di susu, cuffitedda di jusu, l’arma mia è ’nta lu pirtusu!”.
Si usciva, quindi, fuori casa con la bara ricoperta di fiori e portata a spalla da parenti ed amici; si formava un corteo con altra gente che veniva a salutare il morto, seguìto dalla banda musicale del paese che, per l’occasione, intonava una marcia funebre oppure un inno militare o patriottico.
Una volta mi è capitato di sentire il festoso Inno dei bersaglieri e, per una strana associazione d’idee, mi è venuto in mente l’agrodolce della caponata siciliana e un’altra volta mi è capitato di sentire il più appropriato inno di Garibaldi: “Si scopron le tombe, si levano i morti, etc.”.
Si arrivava, così, fino al cimitero, ove il Sindaco, o altra persona rappresentativa del paese, come il farmacista o il veterinario, faceva il discorsetto d’occasione, col quale nuovamente si rammentavano le virtù del defunto e, quasi sempre, si diceva che se n’era andato via sulla punta dei piedi.
Io non capivo perché dicessero così, avendo osservato del morto non solo la punta dei piedi, ma anche il calcagno, infilati, l’una e l’altro, in rigide scarpe di cuoio che sembravano veramente adatte a percorrere il tortuoso cammino dell’oltretomba e pensavo al mitico viaggio ultraterreno degli eroi del mondo fiabesco: “Sette paia di scarpe ho consumato, etc.”. Ma le scarpe del morto erano, come i vestiti, nuove di zecca e non erano, quindi, passibili di eventuale consumazione; non vi era dunque ragione alcuna per andarsene sulla punta dei piedi.
Al momento della tumulazione, si apriva una lunga e accesa discussione fra gli astanti per decidere se tumulare il defunto accanto ai genitori o alla moglie e, talvolta, alla prima o alla seconda moglie e qualcuno sottolineava che era più bella e più accogliente la tomba della prima.
Alla fine prevaleva il parere, oltre che il gusto, dei parenti e, a tumulazione avvenuta, spesso il morto si ritrovava,  suo malgrado, in compagnia di una persona con la quale aveva litigato per l’intera vita.”

“Fra arcobaleno e granito” riporta frammenti autobiografici di Epifania Giambalvo, edito dalle “Edizioni della Fondazione Vito Fazio Allmayer”.

2 Set 2009 | By Ciccio
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