I Viaggi di Platone in Sicilia

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Platone in Sicilia

Altro che “viaggi estremi”, come si direbbe oggi. Né la tratta in schiavitù, né la prigione, né il rischio della condanna a morte fermarono Platone dal ritornare in Sicilia, più precisamente a Siracusa al tempo della tirannide di Dionisio prima e di Dionisio il giovane dopo.

Il filosofo non fu mosso tanto dalla ricerca dell’avventura quanto piuttosto dai nobili sentimenti della curiosità scientifica e dell’amicizia per i quali corse consapevolmente i rischi più gravi. In qualche maniera ci ricorda Ulisse. Ma è necessaria una premessa.
Il grande filosofo ateniese pensava, o meglio s’illudeva, che potesse esistere uno Stato perfetto nel quale i cittadini fossero soddisfatti nei loro bisogni primari e nessuno si arricchisse a scapito degli altri. I duemila e passa anni successivi al tempo in cui è vissuto Platone hanno dimostrato che ancora questo Stato dev’essere inventato. Platone fondava la sua tesi sul convincimento che la corruzione dei governanti nasce dall’importanza che essi danno alle ricchezze materiali. E quindi ecco la soluzione. Assegnare le responsabilità di governo a chi attribuisce poca importanza al denaro. Queste persone esistono, egli sosteneva, e sono i filosofi. Bastava quindi che il governo fosse assegnato ai filosofi o che si trasformassero in filosofi quelli che già stavano al governo, ed ecco che il gioco era fatto. Ma Platone non si limitava a filosofare. Egli voleva anche una realizzazione concreta delle sue idee.

Questa premessa serve ad introdurre la storia dei viaggi in Sicilia di Platone, di natura turistico-culturale il primo, ma di matrice politica i successivi due.
I primo viaggio ebbe per scopo la conoscenza dei vulcani di cui aveva sentito parlare. Tuttavia una volto giunto in Sicilia Dionisio, tiranno di Siracusa pretese di incontrarlo. E’ facile immaginare che il tiranno ambisse ad una legittimazione del suo potere da parte del filosofo greco il quale però, senza peli sulla lingua, gli obiettò che il diritto del più forte è legittimo solo se si accompagna alla virtù. Dionisio diede a Platone del rimbecillito e questi gli obiettò che lui a sua volta era soltanto un tiranno. Questo comportamento costò caro a Platone che pagò l’ira del tiranno con la deportazione come schiavo. Fu riscattato da Anniceride di Cirene per venti mine e rinviato ad Atene. Lo stesso Anniceride rifiutò la restituzione del denaro pagato per il riscatto sostenendo che Platone era, come si direbbe oggi, un patrimonio dell’umanità intera e quindi anche suo, e non dei soli ateniesi.
Platone, dimostrando di essere uomo di grande coraggio, tornò in Sicilia una seconda volta su invito di Dione nell’anno della morte di Dionisio al quale era succeduto il figlio Dionisio il giovane. Questi conduceva vita frivola e dissipata e Dione pensò che avrebbe tratto giovamento dagli insegnamenti di Platone. Il filosofo riuscì a farsi promettere l’assegnazione di un territorio dove insediare una comunità governata secondo il suo modello di società. La promessa non fu mantenuta e per Platone iniziarono nuovi guai a causa della caduta in disgrazia dell’amico Dione. Ne assunse la protezione Dionigi il quale presto trasformò l’amicizia e l’ammirazione per il filosofo in furiosa gelosia tanto da pretendere di essere l’unico amico di Platone e l’unico che gli potesse parlare. Per legarlo più fortemente a sé ed assicurarsene la benevolenza mandava a Dione in esilio le rendite delle sue proprietà.
Platone viene rimandato ad Atene con lo scoppiare di una guerra e con la promessa che alla fine di questa Dionigi avrebbe fatto sì che Dione potesse ritornare in patria. Dionigi però essendo venuto a sapere dei rinnovati rapporti di amicizia tra Dione e Platone, roso dalla gelosia cessò di inviare a Dione le rendite delle sue proprietà.
Platone compie il terzo viaggio per reclamare i diritti dell’amico ormai prossimo ai settanta anni di età. I tentativi di Platone di difendere l’amico Dione lo portano alla rottura dei rapporti con il tiranno il quale lo fa imprigionare. Sarà liberato per intercessione di Archita tiranno di Taranto e rispedito ad Atene. Ciò avviene nell’anno 360 a.c.; il filosofo  morirà 13 anni dopo all’età di 80 anni.

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