Grande Cretto – Burri – Gibellina

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un violento sisma, di magnitudo 6.0 Richter e con effetti all’epicentro del IX° Mercalli, colpisce una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Palermo, Agrigento e Trapani. Tra i quattordici centri colpiti alcuni risultano completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago…, troppe voci, tutte in una notte, si alzarono verso il cielo, ma le cronache dei fatti dell’Abruzzo ci possono dare un chiaro esempio di quello che è successo quella notte. Il sindaco di Gibellina di allora, Ludovico Corrao, oltre a chiedere per i suoi cittadini tutto quello che necessitavano, chiamò a raccolta Pietro Consagra, Carlo Accardi, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Vittorio Gregotti e tanti altri…, chiamò a raccolta L’ARTE per combattere il senso di morte che si respirava nella sua città. Sicuramente bene Ludovico Corrao aveva imparato la lezione dalla storia, di come un medesimo cataclisma nel 1693 mortifico la Val di Noto, e di come dalle ceneri di città, risorse attraverso l’arte la vita in quel Tardo-Barocco dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Fu chiamato anche Alberto Burri, ma solo lui non volle che la sua opera fosse realizzata nella nuova città che si andava definendo. Racconta Burri: “Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito,… andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi…, Ne rimasi veramente colpito.
Mi veniva quasi da piangere…e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso CRETTO BIANCO, così che resti – perenne ricordo – di quest’avvenimento. Ecco fatto!”.
Burri trasformò la distesa di rovine in un immensa tomba. Lo si vede da lontano sulla strada: si rimane sgomenti quando si arriva a Gibellina vecchia, si scorge come un sudario, candido, abbacinante, gettato sul pendio della montagna.
Occupa parecchi ettari, ed è la più vasta scultura contemporanea al mondo. Lasciatemi dire, è più che una scultura: “è un paesaggio scolpito”. L’unico luogo in cui Alberto Burri senti la necessità di creare qualcosa fu proprio lo stesso luogo in cui le forze violente delle terra avevano sentito la necessità di sprigionarsi. Entrando nel suo ventre le macerie compattate stanno sotto uno strato di cemento imbiancato a calce dello spessore di un metro e mezzo, creano in questo monumento che non ha eguali, trincee sinuose, che rispettano l’antico tracciato delle vie e degli incroci. Sembra di sentirli ancora, i pianti di migliaia di cortei funebri, tra le pareti lisce, fredde, immacolate del cretto.
Sulle rovine del vecchio comune di Gibellina sorge oggi il «Grande Cretto» di Alberto Burri, realizzato tra il 1985 e il 1989, uno dei rari esempi di Land Art in Italia.
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