Bamminiddari tradizione di natale in Sicilia
Con i piedi e le mani per aria, addormentato su un cuscino, seduto con il cuore rosso in mano, sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, nudo o vestito con abiti ricchissimi, di seta e ricami, tra oro e coralli, molto spesso dentro campane di vetro ma il luogo dove tutti noi lo vogliamo sempre vedere è all’interno della mangiatoia tra Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello. Ecco un presepe dove naturalmente Gesuzzu Bamminu cioè il Bambinello Gesù è il cardine attorno al quale ruota tutto un mondo agro pastorale che per la prima volta San Francesco D’Assisi realizzò nel 1223. In Sicilia il piccolo Gesù fin dal medioevo era spesso in cera, eseguito con il gusto per i più minuti particolari, la cui produzione si è andata perdendo nel tempo, rappresentano oggi dei veri e propri pezzi da collezione. Custodi di quest’arte sopraffina i cosiddetti “Bamminiddari” e “Ceraiuli“. La tradizione di lavorare la cera – la ceroplastica, parte dal medioevo ed era particolarmente diffusa in Sicilia, da Palermo a Trapani e nella regione Iblea. Attività esercitata prevalentemente nei conventi e nei monasteri, dalla seconda metà del ’600 divenne una vera e propria arte eseguita da artigiani conosciuti e richiesti in tutta Europa.
I “cerari” a Palermo si erano riuniti in maestranza e avevano stabilito bottega in una strada dietro la Chiesa di San Domenico tra il 600 e il 700, dando il loro nome alla via, proprio la via Bambinai. Di ciò riferisce anche il Pitrè: “Le famiglie li acquistavano, li facevano benedire e li conservavano per devozione”. Caposcuola riconosciuto di quest’arte fu il siracusano Gaetano Zummo che, dopo l’iniziale apprendistato fatto nell’Isola, venne chiamato alle migliori corti dell’epoca per eseguire i suoi raffinati lavori: così a Napoli si può oggi ammirare la sua Peste, a Firenze alcune delle sue opere più famose come il Trionfo del Tempo e la Corruzione dei corpi, a Bologna le teste anatomiche che realizzò per uno dei più famosi centri di anatomia umana dell’epoca. Ma la sua produzione più celebre è rappresentata senz’altro dal gruppo della Natività esposto al Victoria and Albert Museum di Londra che l’acquistò nel 1953.
Vanno ricordati anche Giovanni Rosselli per la sua opera al Museo Regionale di Messina nonché Anna Fortino, Giacomo Serpotta e Anna La Farina. I Bambinelli sono di fattura raffinata, preziosi e ieratici. Nel ’800 sono rinomati i “cerari” siracusani che producono presepi interi o Bambinelli dall’espressione gioiosa o dormienti, recanti nelle mani un agnellino, un fiore o un frutto e immersi in un tripudio di fiori di carta e lustrini colorati dentro teche di vetro (scarabattole). Tra loro eccellono Fra’ Ignazio Macca, del quale si conservano alcuni presepi nell’eremo di San Corrado a Noto e nel Museo Bellomo di Siracusa e Mariano Cormaci ricordato dal presepe in cera a grandezza naturale sito nella grotta di Acireale. Notevole anche il presepe conservato nel palazzo Vescovile di Noto, che rappresenta uno spaccato di vita contadina, composto da 38 figure inserite nel paesaggio dei Monti Iblei. Per quanto riguarda i Bambini di cera i “Bammineddi” è opportuno osservare alcune differenze. A prescindere dalle dimensioni, la loro lavorazione può distinguersi per una fondamentale caratteristica: vi erano botteghe di “Bamminiddari” che offrivano il prodotto “cavo” mentre altri plasticatori realizzavano statuette piene.
Queste ultime pare avessero due momenti di fusione: all’esterno veniva realizzata una consistente patina spessa diversi millimetri (anche in rapporto alle dimensioni) e dentro quest’involucro più raffinato, sia nella materia prima che nella necessaria lavorazione, veniva versata altra cera grezza conferendo così maggiore consistenza alla statuetta. E evidente che all’interno di queste due principali categorie vi erano poi tanti altri caratteri distintivi in funzione dell’abilità e della sensibilità artistica del modellatore. Un’altra diversità essenziale stava nel modo di realizzare gli occhi del Bambino. E chiaro che l’impiego di bulbi oculari finemente lavorati in pasta vitrea comportava contatti con ambienti tecnologicamente avanzati, per non dire di carattere industriale. Quindi sarà difficile riscontrare specie nel XVIII secolo l’impiego di questo specifico accessorio nella produzione di un Bambinaio magari abile, non ritenuto un artista quindi emarginato. A parte gli esemplari conservati nei vari Musei dell’Isola, una produzione non indifferente di questi piccoli capolavori appartiene all’eredità, tramandata di generazione in generazione, di molte famiglie siciliane che li hanno gelosamente custoditi quasi fossero divinità che proteggono la famiglia.
Una curiosità del passato ma ancora in voga in alcune parrocchie e quella, con una sorta di “lotteria” tra i fedeli, sorteggiavano il Bambinello esposto nel presepio. Chi lo vinceva, oltre a sentirsi “prescelto dalla fortuna” si impegnava a dargli una adeguata sistemazione all’interno della sua casa.












