Ciccio Busacca, da tutti considerato l’ultimo vero cantastorie siciliano, si racconta. Gli inizi, l’impegno civile, le difficoltà, paradossali, di fare il cantastorie nella propria terra. Un documento eccezionale di storia della sicilia.
Secondo la tradizione orale raccolta dal Marchese di Villabianca nei suoi “Opuscoli Palermitani”, i Beati Paoli erano una società segreta nata con l’obiettivo di riparare ai torti subiti dalla povera gente a causa dello strapotere dei nobili.
In realtà si sa ben poco sulla reale natura di tale misteriosa consorteria, attiva nella città di Palermo tra la fine del XV e la metà del XVI secolo. Ciononostante, il mito dei Beati Paoli è ben radicato nell’immaginario collettivo dei palermitani, complice il ritrovamento del suggestivo antro che si suppone abbia ospitato le assemblee notturne degli appartenenti alla setta.
Il cosiddetto covo dei Beati Paoli è una cavità sotteranea nel rione Capo, sede di uno dei mercati storici un tempo più fiorenti della città. Di recente è stata riportata alla luce ad opera del geologo Pietro Todaro su commissione del comune di Palermo.
Lo scorso sabato, incoraggiata dalle temperature leggermente più miti di questi giorni, sono andata a fare due passi al Giardino Inglese di Palermo. Con mia grande sorpresa, e divertimento, ho trovato su un piccolo ponticello un buon numero di lucchetti lasciati lì come pegno d’amore da altrettante coppie di giovani innamorati, in emulazione di quanto già da tempo accade sul capitolino Ponte Milvio. Non c’è che dire…tanto di cappello a Moccia! Dopo il salto le mie modeste foto:
Vitti nà bedda. Canzone popolare siciliana (l’autore è anonimo) con delizioso, sottile, ma non troppo, doppio senso. Ancora una volta l’esecuzione è di Rosa Balistreri, accompagnata da Mimmo La Mantia e Tobia Vaccaro. Per gli appassionati.
Mamà chi tempu fa a lu paisi (Mamma che tempo fa in paese). è rimasto indedito fino al 2007, anno in cui è stato pubblicato, insieme ad altri brani della Balistreri, nel cd “Rosa canta e cunta” curato dalla casa discografica palermitana Teatro del Sole. La storia di questa raccolta di rari e inediti è davvero interessante: i brani furono infatti eseguiti in via del tutto informale a Udine, dove la Balistreri era ospite di amici, e registrati quasi in modo amatoriale da Vittorio Vella. Quindi sono stati da questi amorevolmente custoditi fino al recupero che ne ha permesso la stampa dopo oltre venti anni.
Nel video che vi proponiamo Rosa Balistreri, accompagnata alle chitarre da Mimmo La Mantia e Tobia Vaccaro, dedica questo canto di emigrazione a tutti coloro che per sopravvivere hanno dovuto abbandonare la propria terra. Si tratta di un documento di straordinaria bellezza e intensità che ho scelto perchè ritrae la Balistreri “in movimento”: non solo voce, non solo immagini che scorrono una dietro l’altra. Rosa ride, scherza con i musicisti che l’accompagnano, ammette di non saper “suonare il re minore”. E’ schietta e sincera. E’ vera. E’ la voce della Sicilia.
C’è una madre siciliana che ogni giorno canta “La siminzina” per il proprio figlio. E’ la prima canzone che è riuscita a intonare per lui, quando era al mondo solo da pochi giorni e non sapeva proprio cosa avrebbe potuto dirgli.
Ogni giorno questa madre si chiede se il proprio figlio, una volta cresciuto, se ne ricorderà. Se fra molti anni, riascoltando questa canzone dalla graffiante voce di Rosa Balistreri, dirà a chi gli sta vicino che sua madre la cantava per lui.
Quannu moru è uno dei brani più toccanti dell’indimenticabile Rosa Balistreri. Credo di poterlo definire a buon diritto il testamento spirituale della grande cantante (ma forse definirla così è un po’ riduttivo) siciliana, scomparsa nel 1990.
Nel video che vi proponiamo la straordinaria esecuzione di Laura Mollica, accompagnata alla chitarra da Giuseppe Greco.
Come ebbi occasione di dire all’insegnante di lettere che, in sede di esami di maturità, mi chiese, libro di letteratura alla mano, di parlarle del poema futurista “Zang, Tumb Tumb” di Filippo Tommaso Marinetti: “Ciò che stiamo guardando si commenta da sè!”