Ad ACIREALE il 20 gennaio, tutti di corsa per San Sebastiano
Nel V secolo c’è chi vuole Sebastiano, soldato e martire, oriundo di Narbona in Francia; altri ne assicurano invece l’origine spagnola. Educato comunque a Milano, è assai caro all’imperatore Diocleziano che gli affida il comando della prima coorte. Quando Diocleziano che aveva un profondo odio verso i fedeli a Cristo, scoprì che Sebastiano era cristiano esclamò: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me.”; fu quindi da lui condannato a morte, trafitto da frecce. Sempre secondo la leggenda, dopo questo martirio fu abbandonato perché i carnefici lo credettero morto, ma non lo era, e fu amorevolmente curato e riuscì a guarire. Cercando il martirio, sarebbe ritornato da Diocleziano per rimproverarlo e questi avrebbe ordinato di flagellarlo a morte, per poi gettarne il corpo nella Cloaca Maxima. Essendo
stato martirizzato con frecce che sin dalla più remota antichità sono simbolo della peste, Sebastiano è presto assunto come protettore contro questa malattia. A questo punto il santo viene praticamente “adottato” dai siciliani, afflitti in passato da gravi pestilenze, e in particolare dagli abitanti della vecchia Aquilia, che poi diventa la Nuova Aquilia e dal 1642 Acireale. Già nel 1473 viene edificato un tempio votivo dedicato a San Sebastiano, l’odierna chiesa di Sant’Antonio da Padova, che – guarda caso – è l’unica costruzione di Nuova Aquilia rimasta in piedi dopo il terremoto del 1693. La città di Acireale è particolarmente devota al Santo, tanto da chiamarlo con epiteti dialettali vezzeggiativi (uno fra i tanti è “rizzareddu”, “ricciutello”); motivo di devozione è stato oltre che il risparmio dalla pestilenza; la grazia ricevuta alla città etnea fu quella di essere scampata ad un bombardamento nella 2°
Guerra Mondiale. Non occorreva altro per moltiplicare a dismisura il numero dei “divoti” dell’ex soldato, il cui simulacro trova posto nella basilica, custodito in un prezioso fercolo, o vara. La mattina del 20 gennaio, giorno della festa di San Sebastiano, la vara viene montata su un pesante marchingegno ligneo dotato di ruote ed è a questo punto che comincia la grande kermesse: verso le 5.30 del mattino la chiesa emana le “7 chiamate”, 7 vigorosi colpi di campana che chiamano i devoti a raccolta. Poi, cominciano, dalle 6.15, le Sante Messe dei Devoti, Messe dedicate principalmente alla preparazione di questi ultimi alla festa. Verso le 7.15 cessano le messe. L’Apertura della cappella della basilica. Alle 7.20 circa, entrano in Basilica i Devoti legati ai Cavalieri
di Malta, gridando a squarciagola frasi in lingua siciliana, del tipo: Taliàtilu quant’è beddu, lu rizzareddu (Guardatelo quant’è bello, il ricciutello); Amamulu cu tuttu lu cori (Amiamolo con tutto il cuore); Semu tutti ê tò pedi (siamo tutti ai tuoi piedi); Nun semu muti, Viva Sammastianu (Non siamo zitti, viva San Sebastiano); Poi, verso le 7.35, il momento più commovente: l’apertura della cappella da parte del Parroco della Basilica. In seguito, il Fercolo (Vara, in dialetto) settecentesco è imbullonato alla macchina lignea, anch’essa settecentesca (restaurata e rinforzata nei secoli). Alla fine, alle undici, la consegna del Santo alla Città. Accompagnato da una folla immensa, ecco la spettacolare uscita del veicolo dalla basilica, che avviene di corsa, e le millimetriche manovre che i “divoti” eseguono per le strette vie del centro cittadino sollevando a braccia il pesantissimo marchingegno. E così si va avanti fino a notte fonda.










